Da padroni a garzoni. Il passaggio di consegne logorato da un braccio di ferro imprevedibile tra il consorzio acquedottistico “Tre Sorgenti” e la gestione integrata dell’acqua fa emergere le sue contraddizioni proprio in questo periodo di apprensione che sta esasperando i canicattinesi e altri cittadini dei comuni serviti dal Fanaco che vedono scorrere dai rubinetti di casa, acqua di colore giallastro perché contaminata da manganese. Alle ordinanze sindacali più di propaganda terapeutica a non allarmarsi, ne avremmo preferito una emanata dall’agenzia regionale per i rifiuti e le acque di Palermo che imponesse la chiusura del partitore del Fanaco. Non tutto però è ancora perduto. Anziché fare da cavie alle procedure di clorazione dei prossimi giorni, una semplice manovra da Muxarello e da Reda, limiterebbe l’erogazione dell’acqua al manganese al versante agrigentino, mentre gli otto comuni una volta consorziati con il Tre Sorgenti e tra questi Canicattì, assieme a Naro e Castrofilippo, usufruirebbero delle risorse idriche provenienti dalla Quisquina o direttamente a Canicattì, o anche a Licata o Palma di Montechiaro. L’acqua che infatti oggi arriva nelle nostre case è sì del Tre Sorgenti, ma è mista a quella del Fanaco e, sentito il presidente del Consorzio Acquedottistico, Calogero Mattina, da sole le risorse del Tre Sorgenti, potrebbero coprire il fabbisogno di Canicattì e di altre nove cittadine. Come rivela Mattina infatti il Consorzio è in grado di erogare 320 litri circa di acqua al secondo e di una qualità nettamente superiore. Secondo le analisi cliniche di laboratorio commissionate sempre dal Consorzio di Largo Verri infatti gli ultimi dati risalenti ad appena due giorni fa danno un quadro, quello sì da società moderna, senza tracce di manganese. Per entrare nello specifico, secondo i valori fornitici dall’Agribios di Canicattì, la torpidità dell’acqua del Tre Sorgenti è di due milligrammi quando il massimo è quattro, il cloro si attesta a 0,28 quando il valore massimo è due parti per milione, il nitrato addirittura sfiora i due milligrammi quando il massimo consentito è di 50 milligrammi. Insomma Canicattì e l’hinterland, con una opportuna politica autarchica, cioè godendo delle proprie risorse, potrebbero lasciarsi alle spalle l’incubo manganese senza attendere altri giorni in mezzo alla non potabilità dell’acqua.












