tribunale2Anche sei anni sono niente per cancellare quella notte del 29 marzo quando l’allora comandante della polizia municipale di Canicattì, Salvatore Giambarresi fu raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare come altri 42 indagati, coinvolti nell’operazione “Alta Mafia”. Da quel giorno, il funzionario comunale ritenuto tra i più ligi e forse eccessivamente puntiglioso, sarà additato come il dirigente che avrebbe avuto un ruolo determinante nel riconsegnare alla mafia, le proprietà confiscatele dallo Stato. Eppure Giambarresi aveva smascherato infiltrazioni criminali nel mattatoio. Peraltro a Giambarresi, una volta, era stata sufficiente una lettera anonima in cui si denunciava un tale mafioso che costruiva abusivamente per bloccare i lavori e sequestrare il cantiere. Ma è bastata la maxi inchiesta della Dda a far svanire di colpo tutte le stellette vissute del comandante il quale però, da credente, non si è abbattuto.In primo grado però, Salvatore Giambarresi sarà condannato a 3 anni e mezzo, con tutta l’aggravante del favoreggiamento a Cosa Nostra che, paradossalmente per la pubblica accusa, che l’aveva ordita durante le indagini, era caduta alla fine del dibattimento. Al processo d’appello l’ex comandante della polizia municipale sarà assolto. Assoluzione con prescrizione comunque non è un traguardo che soddisfa completamente Giambarresi e la sua difesa, rappresentata dall’avvocato Vincenzo Vitello. Nei prossimi giorni, dovrebbero conoscersi le motivazioni della sentenza e da queste non è escluso che possa partire il ricorso in Cassazione per purificare l’imputato da ogni ombra.
In questi anni Salvatore Giambarresi non ha seguito solo il processo penale che lo accompagna da più di un lustro. L’ex funzionario ha dovuto ricorrere anche al giudice del lavoro contestando proprio la sua estromissione dalla posizione organizzativa del Comune di Canicattì che occupava fino al 29 marzo 2004. Sospeso per legge nel periodo di quasi tre mesi divisi tra carcere Pagliarelli e arresti domiciliari, su Giambarresi, il 4 agosto del 2004 piove la determina del commissario del Comune, Ignazio Portelli che lo defenestra per “il buon andamento, l’immagine e la legalità” dell’ente, come si legge nell’atto. La difesa dell’imputato, prendendo a sostegno il contratto di lavoro, un parere dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni e alcune sentenze, afferma che il proprio assistito, in quanto semplicemente indagato e non rinviato a giudizio, all’epoca doveva essere riammesso nelle sue funzioni. La determina è stata impugnata con procedimento d’urgenza, davanti al giudice monocratico che l’ha rigettata, davanti ad un collegio del tribunale di Agrigento, e all’istanza di conciliazione, il Comune di Canicattì non si è presentato.

La richiesta di reintegrare Giambarresi nelle sue funzioni e nel salario è stata respinta, ma il giudizio di appello si è aperto con l’imputato assolto in sede penale dalla corte di secondo grado. Il giudice del lavoro ha rinviato la prima udienza per valutare le motivazioni della sentenza “Alta Mafia”. Alla luce di questa conquista, la difesa si dice ottimista.


Per ottenere poi le indennità di risultato non liquidate, pur essendo maturate nel 2003 e nel primo trimestre del 2004, quindi prima del blitz “Alta Mafia”, l’ex comandante dei vigili urbani ha fatto un anno di richieste e tre solleciti.

La giunta municipale ha passato la patata bollente al nucleo di valutazione che “ha deciso di non decidere”, come ci riferisce Giambarresi. In mezzo a tutte queste vicende comunque l’ex funzionario è andato in pensione, ma lo ha potuto fare solo grazie ad una contribuzione volontaria che gli è costata più di 40mila euro, per raggiungere i 35 anni dai quali lo separavano 22 mesi.