Le truppe americane che cacciarono i nazi-fascisti dalla Sicilia da quattro giorni erano sbarcati a Licata, da due avevano fatto il loro ingresso a Canicattì. In città, in abiti civili, erano ritornati nelle loro famiglie, uomini che fino a qualche giorno prima indossavano le divise dell’esercito italiano. Le scene di gioia che acclamavano gli alleati incarnavano la speranza di lasciare alle spalle l’incubo della guerra. I lutti e i pianti però non erano ancora terminati e a Canicattì avrebbero portato la paternità proprio dei tanto attesi liberatori. Era un 14 luglio come oggi in città, quello che 67 anni fa avrebbe segnato una pagina nera per la storia cittadina, ma che molti hanno fatto in fretta a dimenticare, nonostante qualche anno fa dagli Stati Uniti, il figlio di uno dei testimoni di quella carneficina cercò di fare chiarezza sull’accaduto. Bombardato in parte dai lanci dei giorni precedenti, la saponeria Narbone & Garilli, che sorgeva dove oggi si trova la farmacia comunale di viale Carlo Alberto, aveva attratto numerose persone che si appropriavano indebitamente del sapone custodito all’interno, merce preziosissima per l’epoca. Il fatto venne denunciato al Comune di Canicattì dove si era insediato un tenente colonnello a capo del Governo Militare Alleato per i Territori Occupati. L’ufficiale si recò sul posto per fare giustizia sommaria, con un’azione dimostrativa eccessiva rispetto al dovuto. All’ordine del tenente colonnello di sparare contro chi in quel momento si trovava nella saponeria, i militari americani non riuscirono ad obbedire e così fu lui stesso a svuotare tre caricatori della sua calibro 45 in dotazione all’esercito statunitense, lasciando a terra tra le 12 e le 18 vittime. Il numero dei morti e dei feriti è uno dei buchi neri dell’episodio, così come la sua ricostruzione storica. Pare che nell’eccidio siano rimasti coinvolti un certo Sanfilippo, un Parla, un Ferraro, e un canicattinese con il nomignolo di Fungia Torta. Colpito senza pietà anche un giovane adolescente che, per i dolori lancinanti, si rantolava su sé stesso. Alcuni feriti morirono giorni dopo, nell’ospedale “Barone Lombardo”. È il caso di Alfonso La Morella, 43 anni, che, secondo le testimonianze del tempo, non si trovava nemmeno nella saponeria, ma nelle vicinanze assieme a due persone. La Morella, che parlava l’inglese, ebbe solo la colpa, quel 14 luglio pomeriggio, di essersi intrattenuto con quattro soldati americani, nei pressi del ponte di ferro, quando come una furia arrivò quel tenente colonnello sanguinario. Dopo essersi macchiato l’anima si racconta che l’ufficiale assassino abbia detto: “Dio mi perdoni, ma erano dei saccheggiatori”.












