Sabato 14 agosto, ore 9.00:

Fa già caldo. Dalla finestra dello studio guardo il mare di Porto Empedocle, calmo, azzurro, invitante. Atmosfera tranquilla, potrei dire, se non ne avessi visti tanti, troppi, nella mia vita, di Ferragosto in preda alla più lucida follia collettiva, consumati in un’orgia di insane abitudini ed all’insegna del “si salvi chi può”!


Non voglio pensarci. O meglio, non vorrei. Il mio cellulare squilla.

– Ciao Claudia, sono Alessandro. Quando sono arrivato ad Agrigento, qualche giorno fa, come prima cosa ho ben pensato di dare una bella ripulita al boschetto che da casa mia scende fino in spiaggia, qui alle Dune. Dodici sacchi di immondizia ho tirato su. E stamattina tra gli alberi c’è già una distesa di tende. A chi mi posso rivolgere per farli sloggiare?

– Bella domanda – penso subito tra me e me. Poi, d’istinto: – O’ Signuruzzu, Alessà!

Dall’altro capo del telefono percepisco lo stupore a metà tra il divertito e l’incredulo del mio caro amico, agrigentino d’origine trapiantato ormai da anni nella provincia veneta. È cresciuto a pane ed educazione, Alessandro, e quello che i suoi occhi vedono sarebbe inconcepibile ed inaccettabile anche se una brillante carriera da ingegnere non lo avesse condotto lontano da qui, come tante altre intelligenze non comuni che, evidentemente, non ci fanno comodo …

– Ho chiamato i carabinieri e mi hanno detto di rivolgermi ai vigili urbani, pensi che ne valga la pena?

– Provaci, Ale. Non so cosa riuscirai ad ottenere, ma provarci non costa nulla.

Ci salutiamo. Che bell’imbarazzo, per una che ha fatto della difesa dell’ambiente la ragione della sua vita, dover allargare le braccia di fronte ad una richiesta come questa! Meglio rimettersi al lavoro e non pensare a ciò che già si sta consumando in barba a tutte le ordinanze ed ai divieti che ogni anno, immancabilmente, tutti i sindaci dei comuni che si affacciano sulla fascia costiera che va da Licata a Sciacca, attraversando Palma di Montechiaro, Agrigento, Porto Empedocle, Siculiana, Ribera, non esitano ad emettere con tanto di firma autografa apposta in calce. Ma non ci credono neanche loro: il giro d’affari che si sviluppa attorno a questo vilipendio delle fondamentali regole del vivere civile è vastissimo, mi ha detto una volta uno di questi primi cittadini. E chi glielo dice, poi, ai commercianti di alimentari, ai macellai, ai panificatori, ai bar, alle rosticcerie, che la festa così proprio non va? Meglio chiudere un occhio, tutti e due poi è l’ideale. Che purtroppo si fa reale, con la realtà che, di anno in anno, supera l’immaginazione.

Alle 12:48 Alessandro mi raggiunge con un sms: “Ho mobilitato vigili urbani, carabinieri e Capitaneria di porto con denuncia ufficiale. Stanno salendo tutti in via Lacco Ameno”. Lo richiamo all’istante.

– Ale, guarda che se salgono vengono lì per te, non per gli accampati.

Questa volta il mio amico ride di gusto e mi fa ridere a sua volta.

– Dici che mi conviene mettermi un paio di baffi finti? Comunque io non desisto. Ho detto a mia moglie che per oggi proseguirò nei miei giri “sbirreschi”, chissà che dai e dai …

– Bravo Ale. Se puoi, tra oggi e domani, scatta anche qualche foto e inviala sulla mia posta elettronica. Ho intenzione di scrivere un racconto: Ferragosto 2010, cartoline dall’inferno!

Sabato 14 agosto, ore 15.30:

Mi ero ripromessa di non farmi del male, per due giorni avrei bandito la spiaggia quale mio momento di relax preferito. Ma in città l’aria è bollente, ci sono quasi 40 gradi, il letto scotta. Decido di contravvenire alla mia prima intenzione. In 10 minuti sono a Marinella, la spiaggia del commissario Montalbano. L’area sterrata adibita a parcheggio è strapiena come un uovo, ma riesco a trovare un buco per la mia macchina. Da alcune auto in sosta vedo scaricare di tutto: dalle classiche borse-frigo ai gazebo ed alle tende da campeggio ultimo grido. C’è il nonno che si trascina dietro un armamentario costituito da sedie, cuscini  e vecchie lenzuola che possono tornare sempre utili, mentre la nonna arranca con sporte e sportine colorate che lasciano intravedere di tutto, dalla frutta al vino di casa, dalle braciole di maiale all’immancabile salsiccia. Aitanti giovinastri si caricano sulle spalle angurie di proporzioni inaudite, le signorinelle invece si affannano a scegliere il luogo ideale, quello in cui si consumerà per intero questo ritorno alle origini, quelle peggiori. In men che non si dica interi tratti di spiaggia vengono delimitati ed interdetti al passaggio di chicchessia con tutti i mezzi ed i modi possibili. Rimane un po’ di campo libero vicino alla battigia e qui mi ritaglio un piccolo spazio, vorrei solo fare il bagno e prendere un po’ di sole, ma non ci vuole molto per capire che sarà impresa veramente ardua e perigliosa. Di lì a poco la conferma: non sono neanche le 17:30 quando nell’aria comincia a sprigionarsi l’odore della carne messa ad arrostire. È il segnale. Bisogna ch’io vada via di lì prima possibile. Raccolgo le mie poche cose, raggiungo nuovamente il parcheggio. L’ultimo sguardo alla spiaggia che ormai ha assunto le sembianze di un campo di sfollati. Mi sento a disagio, l’unica è scappare via. Ed è un segno di resa che mi opprime, quantunque io non abbia responsabilità.

Domenica 15 agosto, ore 8.45:

Ho trascorso la più tranquilla delle vigilie di Ferragosto ch’io ricordi. Un pasto frugale in compagnia dei miei familiari e del mio cane, Braccobaldo, nel grande piazzale antistante la casa natale di Luigi Pirandello. Da lontano arrivavano gli echi della festa che si stava consumando sulla spiaggia del Caos tanto cara allo scrittore agrigentino. Alle 23:30 ero già nel mio letto. Prima di addormentarmi ho pensato che ero veramente fortunata ad essere rimasta in città: strade deserte, silenzio assoluto rotto solo dal miagolio di un gattino e dal ticchettìo regolare dell’orologio sul comodino. Lo stesso pensiero mi ha tirato giù dal letto, come ogni mattina, alle 6:00 sono già in piedi. Adesso la tranquillità è resa ancora più soave dal canto degli uccelli. Per alcuni minuti che mi asembrano lunghissimi mi godo questo stato di pace interiore affacciata al balcone che guarda verso la ferrovia. Martuzza, la gatta randagia che mia madre ha adottato ormai da più di un anno, è già lì sotto che aspetta la sua razione mattutina di cibo.

Faccio colazione velocemente, ascolto le notizie flash trasmesse dalle TV per aggiornarmi anche sulle previsioni meteo, mi preparo, porto da mangiare a Marta che ormai non è più diffidente come all’inizio e che quando mi vede mi viene incontro baldanzosa con la sua coda lunga e dritta in bella evidenza. Compiuta questa buona azione quotidiana mi metto in macchina, la meta è la Scala dei Turchi. Oso pensare che, vista l’amenità del luogo, è possibile che quel luogo sia stato risparmiato dai “barbari” ferragostani. Mi sbaglio, e per di più di grosso.

Lungo la strada che porta alla ripida gradinata che conduce su quella spiaggia decine e decine di auto parcheggiate alla bella e meglio fanno da preludio a ciò che, di lì a poco, si presenterà ai miei occhi. Tendopoli è arrivata fin lì. Mi faccio coraggio e tento di trovare uno spazio meno contaminato. Se provassi adesso a fare l’elenco di tutto ciò che il mio sguardo è riuscito a mettere a fuoco sono certa che dimenticherei parecchie cose. Mi colpisce in particolare un tratto in cui, oltre alle tradizionali bucce d’anguria sparse in ogni dove ed ai resti di un barbecue che nessuno si è peraltro preoccupato di spegnere del tutto, fanno brutta mostra di sé teglie in alluminio con resti di cibo, bidoncini di vino mezzi pieni, bottiglie di vetro in frantumi, un materassino sgonfio e mezzo bruciacchiato, bicchieri, piatti e posate in plastica “apparecchiati” e seminascosti tra la vegetazione dunale.

Provo allora a concentrarmi sul mio passatempo preferito di ogni estate, la ricerca di conchiglie e gusci. Il giochino riesce solo in parte, perché ogni volta che lungo il cammino incontro un visitatore occasionale di quel luogo, venuto per godersi qualche ora immerso nella natura, leggo nel suo sguardo sgomento misto a ribrezzo. E ripenso a quel sindaco ed alle sue teorie sull’enorme giro d’affari che questo Ferragosto contra legem produce: che cosa andranno a raccontare di noi, dei siciliani e della Sicilia, questi malcapitati turisti e quale danno economico e d’immagine verrà dal loro racconto per la nostra terra?

– Meglio un uovo oggi che una gallina domani – direbbe certamente lui. E infatti, con tutte queste “uova” noi facciamo al più delle frittate e ci accontentiamo di quattro spiccioli (pochi, sporchi e subito), mentre chi preferisce allevare le “galline” si ritrova a fare i soldi a palate e vive solo di turismo.

Dal piccolo promontorio roccioso che traccia un’assai ipotetica linea di confine tra i lidi più affollati e la lingua di sabbia che porta fino alla Scala dei Turchi osservo in lontananza le ruspe ed i trattori che, come dopo una grande calamità, tentano di rimuovere le “macerie”, che in questo caso sono montagne di rifiuti, decine e decine di quintali.

– È la pulizia straordinaria di Ferragosto preventivata da tempo, già in primavera – dirà con soddisfazione lunedì 16 agosto, davanti ai microfoni ed alle telecamere, l’assessore all’ecologia del comune di Agrigento. Decine di migliaia di euro accantonate già quattro mesi prima. Perché questo significa l’affermazione dell’assessore, un’affermazione che sa doppiamente di beffa perché conferma che le ordinanze che vietano falò e bivacchi sono solo una sonora presa in giro: siccome so che non sarò in grado di farle rispettare, mi premunisco programmando gli interventi di bonifica sulle spiagge già ad aprile. E poco importa se l’ingente spesa verrà poi suddivisa in capo a ciascun cittadino, anche a quello che se n’è stato tranquillamente a casa sua, che non ha arrecato alcun danno all’ambiente ed alcun fastidio al prossimo suo: in questi casi si fa “alla romana”, come in pizzeria…

Alle 13:00 decido che ho visto abbastanza. Risalgo verso la strada e in alto incontro gruppi di turisti estasiati davanti allo spettacolo del mare di mille sfumature. Non sanno quello che purtroppo li aspetta di sotto. Vorrei chiedere loro scusa preventivamente ed a prescindere dal fatto che io non c’entro nulla, ma sono troppo avvilita, ho solo voglia di tornare a casa, mangiare un boccone e farmi una bella dormita, sperando di non essere assalita dagli incubi. Anche se il primo, invero, mi assale ad occhi aperti: mentre mangiamo il TG1 mostra i resti di un rogo avvenuto sulla spiaggia di Roccalumera, nel messinese. A prendere fuoco è stata una tenda abusivamente piantata sulla spiaggia. Una bimba di appena tre anni lotta tra la vita e la morte in ospedale, è gravissima, ustioni profonde ricoprono il 30 per cento del suo corpicino. I medici disperano di riuscire a salvarla. Anche lì il sindaco, intervistato, blatera qualche parola di circostanza, anche lì ci sarà qualche ordinanza, qualche divieto che lo mette al riparo da qualsiasi responsabilità e conseguenza penale ed amministrativa. Per un attimo provo ad immaginare a cosa potrebbe succedere se un incidente del genere capitasse nelle tendopoli di Marinella, di San Leone, di Eraclea Minoa. Decido che è meglio allontanare quel pensiero, decido che pregherò per la piccola e anche per i suoi genitori, a cui nessuno ha voluto impedire che si andasse incontro a quella tragedia.

Domenica 15 agosto, ore 18.00:

Prima di piombare in un sonno profondissimo ho inviato un sms ad Alessandro, ricordandogli di inviarmi le foto del “disastro”.

Alle 18:36 me ne arrivano tre in rapida sequenza. Il primo: “Niente da offrirti, purtroppo o per fortuna. Ieri, dopo mille telefonate a CC e Capitaneria ho ottenuto la liberazione del boschetto dalle tende!!!”. Il secondo: “Boschetto sotto via Lacco Ameno e spiaggia non hanno subito affronti”. Il terzo: “All’unica tenda rimasta avevo offerto dei sacchi vuoti che hanno utilizzato”.

Non ci posso credere! La pazienza e il senso di civiltà di Alessandro hanno avuto la meglio sui barbari! Le sue insistenze hanno fatto breccia sulle Forze dell’Ordine! È riuscito persino a persuadere gli indomiti del bivacco che, tutto sommato, ci si può divertire senza lordare nulla ed usando il buon senso e le buone maniere!

Lo so che una rondine non fa primavera, lo so che domani mattina quando aprirò le pagine dei quotidiani on line le foto dei resti della lunga notte di follia e le notizie dello straripante degrado inonderanno lo schermo del mio PC, lo so che la frase “comunque tutto è andato per il meglio” sarà utilizzata come al solito a sproposito da chi non autorizza sulla carta e lascia che ognuno faccia quel che gli pare di fatto.

Ma la piccola battaglia vittoriosa condotta dal mio amico ingegnere è un’iniezione di fiducia, è la scintilla che riesce a riattivare la fiamma, è un bicchiere d’acqua fresca in mezzo all’arsura, è la prova che, in fondo, un altro mondo è possibile e che ognuno di noi deve crederci e metterci il proprio impegno.

Mille volte grazie, Ale! E grazie a tutti quelli come te, che questa terra l’amano veramente e non hanno intenzione di arrendersi!