La mafia dell’entroterra siciliano torna a farsi sentire con l’esecuzione agghiacciante di Giuseppe Condello, 41 anni, boss della stidda agrigentina, e del suo amico e autista Vincenzo Priolo, 27 anni, senza precedenti penali ma tenuto d’occhio dagli investigatori per le sue amicizie di spessore.

I due uomini sono stati assassinati, molto probabilmente con colpi di pistola, in contrada Ciccobriglio lungo la statale 115 a Palma di Montechiaro. L’auto con cui Priolo accompagnava Condello, che essendo sorvegliato speciale non aveva patente, è stata trovata incendiata a due chilometri di distanza dal pozzo, profondo pochi metri, dove sono stati recuperati i corpi. La cisterna interrata è nascosta sul fondo di un vallone raggiungibile però con l’auto. I vigili del fuoco hanno lavorato ore per poter estrarre i cadaveri dal pozzo davanti al sostituto procuratore Lucia Sciarretta che ha cominciato a coordinare l’inchiesta che passerà alla Dda palermitana.


Lo spessore del bersaglio dell’agguato, Condello, le modalità e la ferocia del duplice omicidio non lasciano dubbi sulla matrice mafiosa. Condello è stato ucciso come suo padre Ignazio, massacrato di domenica, nel gennaio 1985, in un agguato poco fuori Naro vicino ad una fontana. Con lui c’erano Angelo Bonello, Giovanni Lombardo e Salvatore Lauricella, tutti di Palma, rimasti feriti. Si trattava di uno dei primi episodi di una guerra tra mafia e Stidda che fece fare affari d’oro alle imprese funebri agrigentine. Lo stiddaro, in una delle sue tante foto segnaletiche, indossa una camicia bianca, sotto una giacca nera, aperta sul petto in cui spicca una vistosa croce in legno. È stato condannato, (e li ha scontati) a 10 anni di carcere per associazione mafiosa perchè faceva parte di uno dei gruppi di stiddari del paese dei Tomasi di Lampedusa.

Nell’aprile ’92, ricevette l’ordine di custodia cautelare nell’operazione Gattopardo che portò in galera una quindicina di persone coinvolte nella strage del 31 dicembre 1991 a Palma di Montechiaro. Un commando fece irruzione nel bar “2000” in centro: tre morti e sette feriti tra cui un bambino di 9 anni. Si trattò allora di un regolamento di conti tra i clan Ribisi-Allegro di Palma e Iocolano di Gela. Condello fu accusato d’aver dato supporto al gruppo di fuoco.

Il 3 ottobre 1993 fu arrestato, in un ristorante di Mannehim, in Germania, insieme a Salvatore Pace che era accusato di essere uno dei sicari del giudice Rosario Livatino. Anche Condello era latitante. Nel ’94 ricevette un ordine di custodia cautelare con altre 56 persone in un’operazione contro la mafia e la stidda agrigentine. Nell’aprile 2008, ma anche a ottobre e novembre, Giuseppe Condello, che era sorvegliato speciale con l’obbligo di dimora a Palma, o era ai domiciliari, è stato arrestato e condannato perchè non rispettava gli obblighi prescritti: usciva ed entrava da casa e dal comune come e quando voleva.

Il fascicolo di inchiesta rimane, almeno per il momento, alla procura di Agrigento ha confermato il procuratore capo Renato Di Natale: “Non ci sono elementi, allo stato attuale, per dire con certezza, – ha spiegato – che si è trattato di un omicidio di mafia. Le modalità e il soggetto non sono sufficienti per dire che s’è tratto di un evento delittuoso per agevolare l’associazione mafiosa”.

“Non abbiamo inoltre – ha concluso Di Natale – elementi per affermare, nonostante si siano registrati fatti delittuosi di una certa gravità (come l’omicidio di Calogero Burgio, ucciso, sempre a Palma di Montechiaro, a fine novembre con un kalashnikov), che si stia scatenando una guerra di mafia”.

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