Quella di Portella della Ginestra – il luogo dove ha oggi reso omaggio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – fu la prima strage di mafia dell’era repubblicana anche se ancora oggi esistono molti dubbi sulle ragioni ed il movente di quell’eccidio. Al punto che alcuni commentatori la definiscono la prima strage di Stato della Repubblica.
Era il 1947 e la guerra era finita da due anni. Si tornava a celebrare la festa dei lavoratori il primo maggio. Benito Musolini l’aveva spostata al 21 aprile. I contadini festeggiavano nella valle vicino a Piana degli Albanesi l’avanzata del Blocco del popolo (Psi-Pci) nell’Assemblea Regionale Siciliana e protestavano contro i latifondisti.
Improvvise, da diversi punti delle colline circostanti, partirono delle raffiche di mitra incrociate che uccisero 11 persone e ne ferirono altre 27.
Sin dall’inizio si pensò ai latifondisti come mandanti. Dopo ben quattro mesi si scoprì che i responsabili erano gli uomini del bandito siciliano Salvatore Giuliano, da tutti indicato come braccio armato della mafia.
Quasi un anno dopo, il 10 marzo 1948, fu ucciso a Corleone il sindacalista Placido Rizzotto. Colpevole per la mafia di lottare per la riforma agraria. I suoi resti sono stati riconosciuti solo nel 2012 e oggi si sono celebrati i funerali di Stato a Corleone alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che dopo ha completato il giro fermandosi a Portella della Ginestra.
I colpi furono quindi sparati da Salvatore Giuliano, il leggendario bandito di Montelepre, protagonista del dopoguerra criminale in Sicilia e dalla sua banda; non si è mai saputo, invece, il movente di quell’eccidio, chi lo abbia ordinato e chi abbia coperto le indagini successive. Il 2 maggio 1947 il ministro Scelba intervenne all’Assemblea Costituente, affermando che dietro all’episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto, e identificò in Salvatore Giuliano e nella sua banda gli unici responsabili.
Nel 1951 si avviò il processo, dapprima a Palermo, poi spostato a Viterbo per legittima suspicione: si concluse con la conferma di questa tesi, con il riconoscimento della colpevolezza di Salvatore Giuliano (morto il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e con la condanna all’ergastolo di Gaspare Pisciotta e di altri componenti la banda. Pisciotta durante il processo, oltre ad attribuirsi l’assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse sui presunti mandanti politici della strage.
Una delle ipotesi più ricorrenti indica i mandanti negli agrari e mafiosi che avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all’indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali.












