Un incontro per parlare di mafia, svoltosi nella chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia di Palma di Montechiaro giovedì7 giugno 2012, per esprimere tutta la nostra ammirazione e tutta la gratitudine per Giovani Falcone, per Paolo Borsellino e per tutte le vittime della mafia che con loro, prima di loro e dopo di loro hanno sacrificato la vita. Tutti abbiamo un debito di gratitudine nei confronti di questi uomini! È stato un momento di forte carica emotiva e tutti convenuti, spontaneamente, abbiamo condiviso il desiderio della ricerca per la verità e la disponibilità, che si traduce in impegno, a fare la propria parte non accettando la coltre di oscurità che potrebbe coprire fasi della storia della nostra democrazia. Il Sac. Don Gaetano Montana, Direttore dell’Ufficio Scolastico Diocesano dell’Arcidiocesi di Agrigento, ha ribadito l’importanza di “ricordare” per fare “memoria”. La fede cristiana non è legata al rito – ha detto il sacerdote – essa si fonda sulla storia e quindi non si fonda su Dio, ma sull’uomo. È necessario fare memoria per non far morire e per costruire un futuro; la mafia anch’essa ricorda, ma solo per fare vendetta. La vita del credente deve essere una ricerca continua della verità, questo perché dobbiamo evitare di ripetere gli stessi errori e poi perché Gesù ci dice che senza verità non saremo liberi. Don G. Montana richiama alla necessità di sognare insieme la fine di una mentalità mafiosa. Il grido di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi contro la mafia non può e non deve essere archiviato nelle teche solo per documentare uno degli atti più noti del suo pontificato, così come l’energica denuncia fatta dal cardinale Pappalardo nel settembre del 1982 ai funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro. La Chiesa siciliana ha, infatti, una grande tradizione di sacerdoti di frontiera impegnati da decenni contro la mafia; dobbiamo ricordare il martirio di don Giuseppe Puglisi e di don Giuseppe Diana e l’impegno di altri sacerdoti che continuano il loro quotidiano servizio nel difendere la dignità di ogni uomo figlio di Dio e nella promozione e formazione umana. Per vivere in una società serena e ordinata occorre un riferimento puntuale alla legalità. Le radici dell’illegalità risiedono soprattutto nella mancanza di una morale secondo verità. È la moralità, infatti, che responsabilizza e impegna a rispettare la legge, in quanto fa sorgere nella persona una forza interiore che la spinge a osservare le norme. .La presenza di Vito Lo Monaco, Presidente del Centro studi e iniziative culturali “PIO LA TORRE”, ci ha aiutato a riflettere sul ruolo e sui rapporti di connivenza di Cosa Nostra con uomini della politica e della finanza dagli anni del fascismo ad oggi. Soffermandosi, poi, sulla legge Rognoni-La Torre, osteggiata da settori imprenditoriali meridionali, ha evidenziato come solo dopo 122 anni sono state introdotte due novità nella lotta alla mafia: la prima fu che finalmente viene considerata un delitto, la seconda fu che poneva le basi per la confisca dei beni mafiosi. Il contributo della legge è stato significativo anche per la crescita della cultura antimafiosa e della legalità. In un secondo passaggio Vito Lo Monaco ha evidenziato le molteplici forme del rapporto, che esistono oggi, tra mafia e politica: appare sempre più chiaro il ruolo intimidatorio e violento della mafia e lo stretto rapporto con l’imprenditoria compiacente; sfugge, invece, alle indagini della giustizia la sottile trama delle reti di relazioni con il mondo politico e istituzionale. Poi ha aggiunto che il concetto di legalità può diventare un contenitore vuoto di fronte all’aperta contraddizione della classe dirigente amorale la quale, mentre lancia appelli antimafia e alla cultura della legalità, fa scempio della legalità trattando con la criminalità organizzata per affari e scambi di voti. Inoltre notevole rilievo ha dato alla Scuola come luogo privilegiato in cui si forma l’uomo e il cittadino alla democrazia e alla libertà. La presenza del Dott. Giovanbattista Tona, Presidente dell’ANM di Caltanissetta e del Dott. Gabriele Paci, Sostituto Procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, oltre a riempirci di gioia, ci ha fatto sentire il dovere di manifestare loro vicinanza e solidarietà per le minacce alle quali sono stati sottoposti e per rispondere all’appello di Agnese Borsellino, che nei magistrati di Caltanissetta ha riposto la speranza di conoscere la verità su quello che è successo in Sicilia quando furono decise ed eseguite la strage di Capaci e l’eccidio di via D’Amelio. Il Dott. G. Paci nel suo intervento, fatto con profonda riflessione, ci ha mostrato, quando ha avuto occasione di prendere visione dei documenti prodotti da G. Falcone come giudice istruttore e dei verbali degli interrogatori da lui condotti , la sua straordinaria intelligenza e la sua acuta intuizione nel cercare in ogni modo di rendere più efficace ed incisiva l’azione della magistratura contro il crimine. Citando poi Pascal, ha dichiarato all’assemblea che al suo confronto si è sentito “come nano sulle spalle del gigante.” L’intervento conclusivo è stato fatto dal Giudice G. Tona, il quale ha affermato che legalità è il coraggio di dire cose sconvenienti anche se non si trova il plauso. Se qualcuno crede in un’idea, anche se non è quella della maggioranza, bisogna avere il coraggio di affermarla. Momento toccante, in un suo passaggio, è stato quando ha dichiarato che anche all’interno della magistratura si riteneva inutile spendere del denaro per indagini già fatte e concluse con processi celebrati nei quali erano stati condannati diversi imputati con pene molto pesanti. In ultimo il Dott. G. Tona ha voluto consigliare ai partecipanti che non si devono ricordare solo le vittime della mafia, ma anche, coloro e ciò che hanno fatto le persone che gli stavano attorno. Inoltre ha ritenuto necessario e indispensabile non solo ricordarli, ma ricostruire la loro storia e il cambiamento che ne è conseguito nella comunità dopo la loro eliminazione, poiché, a seconda la circostanza, un uomo potrebbe essere, per la mafia, più pericoloso da morto che da vivo. Gli interventi dei relatori ci hanno portato a considerare il dovere evangelico che la comunità dei credenti ha nel difendere i deboli, promuovere la giustizia e la solidarietà, contro ogni forma di prepotenza e di prevaricazione. Di fronte al fenomeno mafioso, i cristiani non devono esitare a denunciare con forza anche le connivenze politiche e istituzionali.
Salvatore e Cettina Montaperto












