
Per loro questo “Mare Nostrum”, che per noi è fonte di prosperità e generatore di bellezza, è diventato una voragine di disperazione e un abisso di morte. Chissà quanti ne ha trattenuti nei suoi fondali, oltre a quelli che ha restituito e che riposano in vari cimiteri di questa diocesi”, dice il vescovo Damiano.
“La sua visita ha rappresentato per ciascuno di loro quell’ultimo bacio e quell’ultima carezza, che forse avrebbero reso meno amara la morte; ha rappresentato quell’umanissimo pianto su una tomba, che ai loro cari è stato negato; ha rappresentato soprattutto la certezza della vita che sconfigge la morte e risorge per non morire più, libera ormai dagli affanni e dalle angosce dell’esistenza terrena. A nome delle innumerevoli vittime di questo mare, delle loro famiglie e delle loro comunità, grazie! Grazie per l’atto di pietà che è venuto a compiere e per la preghiera che è venuto a innalzare. Hanno un valore immenso tutt’altro che scontato, perché in lei — com’era già avvenuto con Papa Francesco all’inizio del suo pontificato — è l’intera comunità dei credenti a essersi chinata ancora una volta su chi ha perso tutto per ridargli dignità, rispetto e promessa di eternità. Insieme a quelli che non ce l’hanno fatta, c’erano ad aspettarla anche quelli che sono riusciti ad approdare, come le famiglie che ha incontrato nelle successive soste, alla “Porta d’Europa” e all’imbocco del molo “Favarolo”, da oggi intitolato a Papa Francesco.
Per loro il sogno di una vita nuova, cominciato con la fuga dalla morte, può continuare. Ma è un sogno che ha un prezzo ancora troppo alto, perché la povertà di chi deve ripartire dal nulla fa sempre paura, sia a chi se la porta addosso sia a chi se la ritrova davanti, generando sconforto negli uni e diffidenza negli altri. Per non parlare della fatica di chi deve ripartire portandosi il peso degli affetti lasciati in patria
e di quelli persi lungo il viaggio. La sua visita è stata per ciascuno di loro un abbraccio di pace, che accoglie senza fare distinzioni, e una mano tesa, che incoraggia senza avere preferenze; è stata
l’espressione di quella compassione di cui tutti siamo creditori e debitori al tempo stesso, perché figli dello stesso Padre e destinatari della stessa terra; è stata la manifestazione di quella fraternità universale per la quale tutti siamo pellegrini verso la stessa patria e nessuno può considerarsi più straniero degli altri.
A nome di chi è riuscito ad arrivare e sta provando a ricominciare e di chi, da lontano, segue i suoi passi con trepidazione e apprensione, grazie!”, sottolinea Damiano “Grazie per la prossimità che è venuto a dimostrare e per l’incoraggiamento che è venuto a dare. Raggiungano, attraverso una feconda rete di solidarietà, tutti quelli che — passati da qua e diretti verso altre sponde — continuano a inseguire i loro sogni di libertà e di futuro, per sé e per i loro cari. Infine, accanto a chi è giunto — vivo o morto — su quest’isola, ad aspettarla c’erano la comunità lampedusana e la Chiesa Agrigentina, circondate dall’affetto delle altre Chiese sorelle di Sicilia, i volontari delle organizzazioni umanitarie presenti sull’Isola,
con le quali ha condiviso l’Eucaristia in questa ultima sosta. A noi, posti provvidenzialmente nel cuore del Mediterraneo e alle porte dell’Europa, spesso tocca il compito di far gustare il sapore della terra promessa a chi riesce a sbarcare nelle nostre coste, dopo aver provato l’amarezza della schiavitù che si è
lasciato alle spalle e l’incertezza della traversata che ha dovuto affrontare. Ma è una “terra promessa” strana, la nostra, perché non ha potenzialità e risorse tali da garantire un futuro; e, proprio per questo, solitamente è solo una terra di passaggio. La sua visita ci ha richiamati a non sottrarci, per nessuna ragione, a quest’onere, che è prima di tutto un onore; ci ha risvegliati alla nostra vocazione originaria di “custodi di fratelli”, qualunque sia la loro provenienza e il loro destino; ci ha riconsegnato il
ministero dell’ospitalità, nella quale possiamo incontrare il Signore e lasciarci incontrare da lui.
A nome di Lampedusa, di Agrigento e della Sicilia, grazie! Grazie per la sua vicinanza e la sua sollecitudine, che ci consolano e non ci fanno sentire soli nella testimonianza della fede, nell’esercizio della carità e nella costruzione della speranza. Ci benedica, Santo Padre, e ci porti nel cuore, come noi la portiamo nel nostro”.
“Qui a Lampedusa, c’erano ad aspettarla i rappresentanti di un’umanità sospesa, ma fiduciosa di potersi ancorare a un “Porto Salvo”, capace di farle rialzare lo sguardo. C’erano innanzitutto quelli che non ce l’hanno fatta, come il piccolo Yousuf, a cui ha reso omaggio durante la sua prima sosta, al cimitero”. E’ il saluto finale di mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, al termine della messa presieduta da Papa Leone.
“Per loro questo ‘Mare Nostrum’, che per noi è fonte di prosperità e generatore di bellezza – ha aggiunto – è diventato una voragine di disperazione e un abisso di morte. Chissà quanti ne ha trattenuti nei suoi fondali, oltre a quelli che ha restituito e che riposano in vari cimiteri di questa diocesi. La sua visita ha rappresentato per ciascuno di loro quell’ultimo bacio e quell’ultima carezza, che forse avrebbero reso meno amara la morte; ha rappresentato quell’umanissimo pianto su una tomba, che ai loro cari è stato negato; ha rappresentato soprattutto la certezza della vita che sconfigge la morte e risorge per non morire più, libera ormai dagli affanni e dalle angosce dell’esistenza terrena”.












