Quando “ disonorare la mafia diventa una questione d’onore” può generarsi un paradossale fenomeno: quello per cui si comincia a combattere la mafia NON solo a parole. Detto di un giornalista, un professionista della parola che, se particolarmente esperto e fantasioso, ne diventa un giocoliere, può suonare strano; ancora di più lo diventa, se poi, si parla di Pino Maniaci, direttore di Telejato, un vero maniaco dei giochi di suono e il cui innegabile turpiloquio si presta con destrezza a raccontare la turpe, squallida e anche ridicola realtà mafiosa, in qualità di direttore di Telejato, la più piccola emittente del mondo che con due ore di notizie e servizi propone il telegiornale più lungo al mondo. Accostare il “risus” alla mafia sembra un’operazione folle, ma il 9 luglio scorso, a Ravanusa, in piazza XXV aprile, nella serata inaugurale dei Lunedì nei cortili, parlando ora di stragi ora di catture si è tanto, tanto riso. Ad essere ridicolizzati i personaggi di Domenico Raccuglia e Giovanni Brusca. Chi sono? Il primo, il killer che disciolse nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo e che al momento della cattura, spaventato dal rumore delle armi imbracciate dai carabinieri, scappava sui tetti per poi gridare: “Sugnu nnuccenti” (Sono innocente). Il secondo, il killer che ha azionato il telecomando nella strage di Capaci, ma che dopo “quattro pugni presi in galera” si è presto pentito. “Ma chisti su li mafiusi di cui nni scantammu?” (Sono questi i mafiosi di cui ci spaventiamo?) Non è stato lo spettacolo di un cabarettista, né lo show del solito comico che a pagamento vende l’esecrabile riadattato all’intrattenimento, ma il racconto di chi guarda in faccia alla mostruosa realtà mafiosa con la sola arma dell’obiettivo e arriva a filmare con essa quello che la “telecrazia” italiana odierna non osa neppure fotografare. Una riflessione in questo senso è stata stimolata anche dalle due immagini visualizzate dagli schermi voluti da padre Emanuele Casola, promotore dell’incontro, e anteposti dinnanzi alla platea degli spettatori, l’uno rappresentante un imbuto, simbolo della TV che riempie senza che si possa reagire, l’altro rappresentante un punto interrogativo, simbolo di una TV che ci interroga e ci mette in crisi. Così laddove la dittatura della telecrazia durante la settimana distoglie con i gossip e il sabato fa piangere a pagamento, Telejato porta le sue telecamere alle nozze della figlia di Totò Riina, che avvolta da un sontuoso abito in seta con ricami impreziositi da perle, sfila verso la chiesa tra elegantissimi parenti le cui consorti erano “carricati a sceccu” da gioielli presto nascosti all’occhio dell’obiettivo, mentre una splendida automobile del valore di centinaia di migliaia di euro s’imponeva maestosa a simbolo del disagio patito da una famiglia ufficialmente di nullatenenti, nullatenenti che continuano ad abitare la Sicilia, mentre la Sicilia si spopola di giovani e risorse.
“Si li cchiù sperti su ngalera, li scassapagliara t’arrispunninu: Oi cumannu iu! (Se i mafiosi di professione sono in galera, gli improvvisati tali ti rispondono: Oggi comando io!) Se la mafia ha avuto un così largo spazio è perché ha contato talora sulla connivenza della Chiesa; se prima i mafiosi delegavano, oggi si fanno eleggere”, difficile non riconoscere in queste pesanti affermazioni l’ennesima dichiarazione d’amore di un siciliano alla sua terra, nelle cui distese gialle arse dal sole vede ancora, con gli occhi del poeta, che genera metafore, “una feddra di milinciana o u’spicchiu d’agliu”, succulenti delizie di una terra meravigliosa che merita di essere raccontata ripulita una volta per tutte dall’onta di una mafia che “ngrascia” sporca e priva del futuro di cui si potrebbe godere se solo si trovasse il coraggio, tutti insieme uniti, di impedire a ciò che è illecito di sostituirsi al lecito.
Non riferirò dello slogan sul pizzo che ogni giorno precede tutte le edizioni del TG e che è affidato alla voce di un bambino; i bambini per Pino Maniaci rappresentano non il futuro, ma il presente, come ha ben sottolineato Valentina, una giovane mamma di quattro figli, prescelta a introdurre la serata proprio per il compito affidatole dalla vita di educare la propria prole a non procrastinare la lotta alla mafia, bensì ad attualizzarla nel piccolo della quotidianità. Basta solo dire che proprio quello slogan divertente, simpatico, volgare nel registro lessicale ha portato circa l’80% degli esercenti dei venticinque comuni su cui Telejato trasmette a non pagare il pizzo, ora!
Manuela Lazzaro
















