Lo slargo di via Pietro Micca a Ravanusa, in zona San Michele, in occasione del secondo appuntamento dei “Lunedì nei cortili”, quello del 16 luglio, si è improvvisamente popolato di voci e volti. Gravitante attorno all’omonima chiesa, San Michele è uno dei quartieri più antichi del paese e conserva ancora le tracce di un passato recente, ma lontanissimo nello stesso tempo, quello in cui gli spazi esterni, tra le piccole case in pietra, brulicavano di vita condivisa e talora gratuitamente donata. La sua architettura, benché sconvolta dalla caotica urbanizzazione successiva, restituisce, in certi scorci, il fascino antico di quando si era molto più poveri di sostanze, ma probabilmente più ricchi di speranza e gioia.
Proprio il tema della gioia ha pilotato l’incontro, che ha visto la breve introduzione della signora Pina Parisi, madre di cinque figli e presidente del CAV (Centro aiuto alla vita), nonché la testimonianza di un eterno fanciullo, Enzo Sciascia, oggi padre di due bambini e mente della compagnia teatrale ravanusana “The Comedians”. La scelta dei due protagonisti non è stata casuale, dal momento che essi, seppure in modo differente, sperimentano la gioia. La signora Parisi, attraverso la propria generosa maternità, ma anche attraverso l’associazione, la incontra nella vita che nasce pure tra mille difficoltà. Il CAV si occupa, infatti, dell’assistenza delle donne incinte prive dei mezzi necessari a sostenere la gravidanza e la maternità. Per lei la gioia è semplicemente “amare”. Enzo Sciascia, invece, incontra la gioia da attore, con “il ridere e far ridere gli altri”. Essendo un tema molto arduo da affrontare, perché evanescente e impalpabile nella sua essenza e per di più difficile da sperimentare, in un momento di crisi come quello attuale, Enzo ha preferito testimoniarlo con il proprio modo di proporsi al pubblico. Durante l’intera serata non si è, per questo, risparmiato, raccontandosi e raccontando la sua gioia, lui che alla nascita, come scherzando riferisce, quando “ vittiru stu nasu malu fattu”, rischiava di essere chiamato Pinocchio.
La cultura attuale, spesso, ci abitua a vedere la gioia in quello che si può comprare, così tutti si ritrovano ad avere tutto, ciò che serve e ciò che non serve, annullando la propria specificità, in un deserto dove regna l’assenza di fantasia. La vera gioia, al contrario, è forza creativa, parte dall’interno e si proietta all’esterno. Tale concetto viene espresso con la proiezione di un video tratto dal film “La tigre e la neve” di Benigni in cui l’artista, spiegando l’essenza della poesia urla “Siate felici, innamoratevi, trasmettete felicità, per non trasformare tutto in morte, dilapidate la gioia, sperperate l’allegria e siate tristi e taciturni con esuberanza, soffiate in faccia alla gente la felicità, ma, ricordate che, per trasmettere la felicità bisogna essere felici”. La gioia nasce con l’uomo, che aperti gli occhi incontra subito la luce, la gioia quindi è una luce, che non va mai spenta, semmai trasmessa.“Dare gioia dà gioia”, dice Enzo, “ Il mondo, invece, la confonde spesso con quello che non lo è. Si cerca la gioia in ciò che passa per lasciare solo una profonda solitudine, come l’ebbrezza, la droga, il fumo, il sesso, il gioco. Gioia, invece, è stare vicini agli altri, in modo particolare ai lontani, ai dimenticati, agli ultimi della nostra società che oggi sono gli anziani e gli stranieri”. La gioia quindi è condivisione di momenti. Non a caso Enzo, nel congedarsi, proietta una serie di foto, a documentare la gioia dello stare insieme durante le attività della Compagnia.
A concludere l’incontro il puntuale e provocante intervento di padre Emanuele, di cui si riporta un estratto: “Il primo miracolo di Gesù ebbe luogo in una situazione gioiosa, le nozze di Cana, da notare il collegamento fra la gioia e la grazia di Dio, la tristezza e il peccato; il Cardinale Newman nel suo testamento lasciò scritto di essere contento per non aver commesso peccati contro la luce, un invito il suo a cercare la luce in tutti i nostri comportamenti; madre Teresa di Calcutta incontrava la gioia nel servire, per lei essere felici con Dio significava amare come Lui, aiutare come Lui, dare come Lui, servire come Lui, perché la gioia entra nel cuore di chi si pone al servizio dei piccoli e dei poveri”. Aggiunge ancora padre Emanuele “La gioia è TUTTI GRATIS, QUI, a spendersi per gli altri”. Con tale slogan, lancia quindi un appello a chi del servizio dovrebbe farne una missione di vita, i politici: “Come sarebbe bello se il Comune spingesse tutti a lavorare per gli altri gratuitamente. La società diventerebbe come una famiglia, in cui si dà la vita senza pretendere nulla in cambio, senza tornaconto personale. Ernesto Olivero dando vita alla famiglia del Serming ha detto: Prima gli altri, poi io. Questa prospettiva oggi sembra rovesciata; già, Leonardo Sciascia notava che il male della nostra società consiste nel fatto che oggi la felicità va comprata, ma Più sei ricco dentro, più non necessiti di nulla diceva San Francesco, che volle disfarsi del peso degli averi, per raggiungere la vera letizia”.
…Lunedì sera, quanto meno nei propositi, San Michele, si è fatto contenitore di una società collaborativa e solidale pari a quella di chi viveva nelle sue basse e povere abitazioni, tra queste solo raramente si ergevano i palazzotti “burgisi”, dall’essenziale imponenza e dal misurato sfarzo nei piani nobili. Come nel tempo in cui i rintocchi delle campane scandivano le giornate mentre quelli dell’Avemaria ne annunciavano la fine, il quartiere “di li burgisi”, dei proprietari terrieri, è tornato a sorridere, con gli occhi e le espressioni di tutti i presenti nuovamente radunati gratis, lì, a spendersi per un momento di fraterno confronto e crescita, nella gioia.
Manuela Lazzaro













