Quello in corso oggi è un attacco al presidente della Repubblica e alla magistratura che al procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, richiama le stragi mafiose di 20 anni fa. “Le stragi mafiose del ’92 – dice il magistrato, intervenendo alla festa del Pd – si inserivano in una strategia più ampia che tendeva a mantenere l’esistente ed a fermare la spinta al cambiamento. Oggi assistiamo ad una ulteriore destabilizzazione fatta da menti raffinatissime contro la magistratura e contro il capo dello Stato”.
Usa parole più morbide il capo della procura di Palermo, Francesco Messineo, il quale però ammette la “possibilita” che ci possa essere “in qualcuno un desiderio, non dico di ricatto, ma di condizionamento, un tentativo di influenzare in qualche modo i più alti organi dello stato. Giustamente ha ragione il Presidente della Repubblica che ha respinto questo maldestro tentativo di ricatto, se tentativo di ricatto è stato, anche se la Presidenza della Repubblica si colloca su un livello più alto, per cui parlare della possibilità di ricatto è proprio fuori questione. Si tratta soltanto di informazioni, procurate da non so quali fonti e con quale metodo, che poi ovviamente bisognerà vedere se corrisponderanno alla realtà”.
Il procuratore ha anche ipotizzato che tutto “questo possa essere utilizzato, legittimamente, da coloro che chiedono una restrizione, un giro di vite sul piano delle intercettazioni, ma se si ha una determinata posizione politica, altamente legittima, tutto sommato non c’è bisogno di pretesti, la si sostiene e si vede quello che capita con le altre forze politiche”. Una frase che non è andata giù al capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, secondo cui “notoriamente quella di Palermo è una Procura colabrodo da cui esce di tutto” e “anche alla luce di ciò sarebbe opportuno che il dottor Messineo tenesse un linguaggio più sobrio, senza fare prediche a non ben precisate forze politiche”.
Il procuratore di Palermo – che ha tenuto a precisare che la vicenda delle intercettazioni del capo dello Stato “non ha alcuna diretta attinenza” con l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia – ha anche spiegato che “interrompere le intercettazioni del Quirinale era tecnicamente impossibile: si è trattato di un fatto casuale, del tutto involontario, e che con il sistema moderno di registrazione delle intercettazioni non era in alcun modo nè evitabile nè differibile”.
In ogni caso, “siamo tutti d’accordo sul fatto che devono essere distrutte. La divergenza con il Quirinale è solo sul modo in cui pervenire a questa distruzione, ma si tratta di una questione giuridica, non politica”, sulla quale deciderà la Corte Costituzionale. E a quella decisione, “noi presteremo ovviamente il massimo ossequio”.












