Riceviamo e pubblichiamo:
Diversi magistrati da alcuni anni salgono (o scendono?) in politica dismettendo, spesso solo temporaneamente, le toghe. E’, a mio giudizio, un buon segnale poiché, a ragione della professione che esercitano, ci si attendono da essi nel ruolo di politici comportamenti ispirati ai principi della legalità e della morale.
Personalmente, essendo un pur anacronistico ed incallito giustizialista, ho guardato e guardo alle forze dell’ordine ed alla magistratura con molta simpatia poiché ho sempre considerato le une e l’altra come alfieri del bene sul male, della legalità sull’illegalità
Oggi, prima di lasciarmi prendere dall’entusiasmo di vedere diversi magistrati entrare nel turbinoso gioco della politica, mi pongo, però, delle domande alle quali non riesco in atto a dare esaustive risposte.
Mi chiedo se l’indipendenza, soprattutto politica, di un magistrato sia elemento che serva soltanto per assicurare l’imparzialità personale di chi esercita tale funzione oppure se essa non sia, anche, finalizzata alla tutela dell’intera compagine della magistratura.
Sia il magistrato che l’istituzione giudiziaria, nel suo complesso, sono configurati, e non solo nell’immaginario collettivo, come soggetto ed organismo i quali, essendo chiamati ad amministrare la giustizia, debbono essere ed apparire integri e privi di macchia.
Il Giudice Rosario Livatino, in tempi non sospetti, nell’ormai famosa sua relazione al Rotary Club di Canicattì, tra l’altro disse:
“Si è bene detto che il giudice, oltre che essere deve anche apparire indipendente, per significare che accanto ad un problema di sostanza, certo preminente, ve n’è un altro, ineliminabile, di forma”.
La Costituzione, pur garantendo a tutti i cittadini il diritto di libertà ed il diritto di associarsi ed iscriversi nei partiti politici, prevede però che il legislatore possa regolamentare addirittura la libertà personale del magistrato vietandogli l’iscrizione ad un partito politico. Divieto operante sin quando il magistrato fa parte dell’ordinamento giudiziario.
Ciò evidentemente costituisce dimostrazione della volontà preminente di tutela del prestigio della magistratura anche attraverso la limitazione della libertà individuale dei propri componenti.
Se, però, un magistrato, il giorno successivo alla cessazione delle proprie funzioni, si iscrive ad un partito politico o si candida alle elezioni, non legittima, forse, nell’immaginario collettivo, il convincimento – anche se esso dovesse essere infondato – che egli quell’inclinazione politica l’abbia coltivata anche prima di candidarsi e, quindi, durante l’attività professionale da poco cessata?
Non sarebbe, quindi, legittimo il sospetto che taluni provvedimenti assunti da quel magistrato, nell’esercizio delle sue funzioni, possano essere stati inficiati da limitata imparzialità? Sospetto questo che troverebbe fondamento proprio nelle sue inclinazioni politiche, certamente esistenti al momento dell’esercizio della sua attività professionale, pur manifestate pochi giorni dopo la cessazione della sua attività di magistrato e tanto forti da indurlo alla candidatura alle elezioni.
D’altra parte, non sarebbe forse anche assai umano che una persona che abbia un proprio progetto politico, pur non manifestato agli altri nella fase iniziale, costruisca un percorso a lui favorevole per il conseguimento di uno specifico fine che non è soltanto quello della propria personale elezione, ma anche quello del successo della parte politica nella quale da lì a pochi giorni avrebbe militato? O, addirittura, non sarebbe, forse, anche umano che egli eserciti particolare accanimento in danno di imputati che appartengano alla parte politica a lui avversa per demolirne credibilità agli occhi degli elettori?
Se a tali considerazioni dovessero essere date risposte incompatibili col convincimento dell’imparzialità del magistrato, non sarebbe opportuno che la limitazione alla sua libertà personale (ipotizzata dai padri costituenti), relativamente al divieto che il legislatore ha avuto mandato di imporgli di partecipare ad attività politiche, abbia come durata un adeguato tempo dalla cessazione della sua funzione di magistrato?
Ritengo, infatti, che a poco servirebbero ragionamenti e prove che lo stesso magistrato potrebbe addurre per dimostrare la sua imparzialità sino alla vigilia (troppo recente) del suo pubblicizzato impegno politico, poiché credo che, comunque, egli pur “essendo stato” imparziale (e non avrei motivo di dubitarne) non sarebbe “apparso” tale.
Una sufficiente interruzione della continuità dei due ruoli, quello di magistrato e quello di politico, servirebbe ad una sorta di garanzia per impedire qualsiasi, pur ingiusto, sospetto su ipotesi di collegamento tra i due ruoli, appunto: quello di magistrato e quello di politico. Ecco, in tal modo il magistrato, oltre ad “essere”, “apparirebbe” imparziale.
Ciò impedirebbe, peraltro, a qualcuno che abbia subito pur legittime condanne di lasciarsi travolgere da atteggiamenti vittimistici, invocando persecuzioni in proprio danno ed adducendo, a supporto delle proprie lamentele, il sospetto di essere stato vittima di condizionamenti politici che si potrebbero, poi, ragionevolmente adombrare con la mancata soluzione di continuità tra il ruolo svolto dal magistrato che l’ha giudicato o inquisito e l’impegno politico dallo stesso poco dopo intrapreso.
Il decorso di un sufficiente lasso di tempo (cinque – dieci anni?) tra la professione di magistrato e l’attività politica sarebbe un ulteriore elemento a beneficio del prestigio dell’intera istituzione giudiziaria.
Forse è mera utopia la mia il pensare che spesso, in qualsiasi settore della vita pubblica e privata, oltre alla sicuramente esistente e rispettata questione etica, vi sono anche ragioni di mera opportunità, che dovrebbero spingere tutti ad operare scelte che, pur non potendo soddisfare egoistiche esigenze personali, tuttavia servono all’assunzione di comportamenti più coerenti con un clima di distensione soprattutto in un momento in cui è particolarmente alto il livello del dibattito politico
Le mie considerazioni non sono riferite ad un singolo magistrato, ma a qualsiasi magistrato ritenga di impegnarsi in politica il giorno dopo aver smesso la toga..
Cordialità
Giuseppe

















