Lunedì pomeriggio la condanna a diciotto anni di reclusione e il nuovo arresto del ventisettenne Nicola Bonfanti. Ieri mattina è ripreso, davanti alla Corte di assise presieduta da Giuseppe Melisenda Giambertoni (a latere Alberto Davico), il processo a carico del fratello Nicola e del padre Vincenzo che hanno preferito il rito ordinario. Per tutti l’accusa è di omicidio e tentato omicidio.
Il consulente balistico Gianfranco Guccia, incaricato dai difensori degli imputati di effettuare uno studio sui proiettili, è arrivato alla conclusione che “inequivocabilmente è stata utilizzata un’unica arma per sparare gli otto colpi di pistola che hanno ucciso Nicolò Amato e ferito il figlio Diego”. Il numero di armi è un punto centrale sul quale si stanno concentrando gli sforzi della difesa. Guccia ha avvalorato questa tesi dicendo che le ferite sul cadavere sono provocate da cinque colpi e non da otto. Se questa versione fosse quella reale i conti tornerebbero.
Secondo la ricostruzione del pm Santo Fornasier (recepita dal gup Ottavio Mosti almeno nella parte in cui riguarda Raimondo Bonfanti) i fatti sarebbero andati diversamente. Il padre Vincenzo avrebbe “coordinato” l’agguato, mentre Nicola sarebbe l’esecutore materiale del tentato omicidio e Raimondo Bonfanti dell’omicidio. L’agguato, dettato da alcuni contrasti di natura economica, è scattato il 22 aprile del 2011.