“La malasanità non è un problema solo siciliano ma un nodo spinoso che colpisce l’intera Italia”. Si è schierato apertamente con i genitori della bambina di Gela il parroco di San Rocco, don Enzo Romano, che ha celebrato nella città nissena i funerali della piccola di due anni e mezzo morta mercoledì scorso nel Policlinico Tor Vergata a Roma. La bambina è deceduta per le complicanze di un intervento chirurgico che prevedeva l’applicazione di un catetere venoso propedeutico al trapianto di midollo osseo.
Don Enzo nella sua omelia ha parlato di “grave negligenza e superficialità” del personale. E poi rivolgendosi a tutti i genitori ha detto: “Ciascuno di noi vuole che il proprio figlio studi per crearsi un futuro e per diventare qualcuno nella vita ma se non sono capaci bisogna avere la forza, il coraggio e la consapevolezza di fermarli finché siamo in tempo perché se diventano cattivi medici ammazzano, scannano!”.
“Non abbiamo bisogno di dottori, architetti, ingegneri, di laureati in generale incapaci. Per favore – ha supplicato il sacerdote -, fermiamo i cretini prima che facciano male alla comunità con la mente offuscata dal guadagno facile. Ora chiediamo che giustizia sia fatta perché non si ripetano altre stupide e funeste negligenze”. Al funerale ha partecipato il sindaco di Gela Angelo Fasulo, con alcuni assessori della sua giunta, dopo aver dichiarato per oggi il lutto cittadino.
Anche il sagrato era riempito da una folla commossa. La salma è arrivata in corteo in una piccola bara bianca portata in spalla e preceduta da palloncini bianchi e rosa e da un maxi striscione con la foto della bimba e un saluto dei familiari: “Ci mancherai ma il tuo ricordo ci darà la forza di affrontare con sorriso la vita proprio come hai fatto: sei il nostro angelo”.
Dietro il feretro c’era il papà con il figlio di quattro anni che avrebbe dovuto donare il midollo osseo alla sorellina e la mamma incinta al quinto mese di gravidanza che appena in chiesa si è inginocchiata davanti alla bara della figlia e piangendo l’ha baciata ripetutamente.
“Una complicanza, che in casi così gravi può accadere. Non era un intervento di routine, non lo sono mai con pazienti così piccoli”. Difende il suo operato e quello della sua equipe il professor Mario Dauri, primario dell’Unità operativa anestesiologica del Policlinico Tor Vergata di Roma, dove mercoledì è stata operata la bimba di due anni e mezzo che poi è morta.
“Personalmente ne sto soffrendo molto, sono anch’io padre di tre figli, mi metto nei loro panni – dice ai genitori -. Sono estremamente addolorato ed esprimo un senso di assoluta solidarietà”. Ma contrasta punto su punto le accuse. “Non é vero che il collega che ha operato è inesperto e non é vero che abbiamo sbagliato catetere”.
L’operazione era propedeutica a un trapianto di midollo osseo per curare una grave malattia del sangue. Dauri, 58 anni, dal 1990 si occupa di ematologia come anestesista. Dovrà comparire nelle inchieste giudiziarie e amministrative aperte sul caso. “Sono intervenuto durante l’operazione per il posizionamento del catetere venoso perché chiamato, c’era una difficoltà (sarebbe durato 3-4 ore invece dei 40-60 minuti abituali, ndr). Ma il collega titolare dell’intervento è esperto e in gamba, ha 50 anni. Tutta l’equipe aveva una preparazione adeguata. Ma questo non é un intervento di routine, come é stato scritto: in una bambina così piccola non é semplice. Si tratta di inserire un tubo di silicone in un piccolo vaso sanguigno. Non é assolutamente vero che é stato sbagliato il catetere, ne é stato usato uno pediatrico”.
In base ai risultati dell’autopsia sul corpo della bambina si ipotizza che invece il catetere fosse inadeguato o che sia stata sbagliata una manovra operatoria, provocando la rottura di una vena. Un polmone si sarebbe riempito di sangue provocando l’arresto cardiocircolatorio.
“Dopo l’operazione la bambina é stata portata in sala risvegli, affidata a personale qualificato. Ho ordinato una lastra al torace, come da procedura – prosegue Dauri -, ma non é compito dell’anestesista vedere cosa risulta dalla lastra. Ho dato disposizioni e lasciato la paziente a 3 anestesisti. Poi sono stato informato che erano intervenute delle complicazioni. Si é pensato subito a rianimarla e non sono certo passate tre ore, come ho letto sui giornali. So che la bambina ha avuto un pneumatorace, ma non ho letto il referto dell’autopsia”.
“Ci assumiamo tutti le nostre responsabilità e vedremo l’esito delle inchieste – dice Dauri -, ma questo tipo di complicanza che determina lesioni vascolari può accadere. L’anemia falciforme di cui soffriva la bimba é una malattia estremamente grave e il trapianto di midollo ha un alto tasso di mortalità”.
Al padre della bimba, Antonino Ascia, il primario del Policlinico risponde anche sull’accusa secondo cui l’equipe avrebbe abbandonato la paziente dopo l’intervento per andare a pranzo. “Non é assolutamente vero, abbiamo fatto altri interventi – dice Dauri -. Lui non c’era e gli avranno riferito così. Capisco la sua disperazione, ma purtroppo l’ematologia pediatrica é un setting piuttosto pesante. È stata data una chiave di lettura un po’ distorta”.
Al racconto del medico replica il padre della bambina: “Tutte le notizie di cui siamo a conoscenza ci sono state riferite dall’equipe medica. Noi non sapevamo neanche dell’esistenza di un catetere, né della pausa pranzo. Quando mia moglie ha visto i medici allontanarsi, loro stessi le hanno detto che stavano andando in pausa pranzo. Quando sono arrivato a Roma mi hanno detto chiaro e tondo che c’era stato un errore tecnico, che il catetere era troppo grande per la vena di mia figlia”.












