Un appello a cuore aperto. Totò Cuffaro invia una lettera al periodico Tempi. E si rivolge allo Stato parlando della sua detenzione, e di coloro i quali vivono ogni giorno nelle carceri. “Lo Stato comprenda che siamo storie di anime”. L’ex governatore, detenuto a Rebibbia per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, parla di “simulacro dell’anima e santuario della coscienza”.

Poi continua: “E in fondo ho scoperto che ‘le sbarre’ sono le meno inanimate tra tutte le cose che ci offre e a cui ci obbliga il carcere. Lottiamo, non ci arrendiamo, speriamo che prima o poi lo Stato, e per lui le carceri, si rendano conto che le storie degli uomini detenuti non sono solo le storie di corpi, ma sono soprattutto storie di anime”.


“Sono molto stanco e provato, ma ce la farò”. Cuffaro si rivolge al direttore del periodico ‘Tempi’, Luigi Amicone. “Carissimo Luigi, devo confessarti che sono molto stanco, anche se so che devo trovare le forze e le energie necessarie ad affrontare questa rimanente parte di pena che devo ancora scontare. Sono consapevole che questo tempo che vivo, in questo luogo in cui mi trovo, gli incontri che faccio, le persone come te che mi vogliono bene, il bene e il male che il destino mi ha dato da vivere, è  proprio tutto ciò che mi rende uomo, ogni giorno nuovo. Ed è anche questa esperienza, difficile, pesante, faticosa, ma nella fede, che sto facendo, che contribuisce a farmi essere me stesso, e io l’accetto, perché in essa il Buon Dio mi assegna un posto nel mondo. Sto lottando e non mi trasformerò in un uomo di ‘sbarre’, vivo, penso, scrivo, mi prodigo per aiutare chi ha più bisogno, prego”.

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