Frattura doveva essere e frattura è stata. Non vale la pena di farla tanto lunga per spiegarne i motivi, che poi si riducono a due.

Quelli che se ne sono andati avevano paura di essere tagliati fuori dal governo e (in futuro) dalla politica, essendo certi che Silvio Berlusconi sarà escluso dai giochi a causa delle proprie vicende giudiziarie; quelli che sono rimasti e transitati in Forza Italia, sono invece convinti dell’immortalità del capo, il quale, decadenza o no, è l’unico in grado di assicurare un avvenire al partito.


Qui non si tratta di capire chi abbia torto e chi ragione. Probabilmente siamo allo scontro fra due egoismi. Quale prospettiva ha il gruppo dei governativi?

Quella di aiutare Enrico Letta a sopravvivere per qualche mese, sempre che Matteo Renzi, una volta impadronitosi della segreteria del Pd, non decida di mandarlo a casa anzitempo.

Poi, che farà il Nuovo centrodestra privo di fondi, di una leadership degna di questo nome e di un seguito popolare pari a quello del Cavaliere?

In primavera si svolgeranno le elezioni europee. L’appuntamento consentirà di verificare la consistenza degli alfaniani, ammesso che costoro abbiano il coraggio di partecipare alla competizione.

L’istinto mi dice che il neonato partito si schianterà contro un muro d’indifferenza, poiché il popolo dei cosiddetti moderati preferirà continuare a dare il suffragio a Forza Italia piuttosto che all’inedita sigla dei fuoriusciti, la cui credibilità è minima.

Sostengono in tanti che abbandonare un partito in difficoltà (dal quale si ha ricevuto tanto) per fondarne un altro e andare in soccorso di un governo egemonizzato dalla sinistra non può legittimare la pretesa di essere votati in massa dagli elettori di centrodestra.

Le scelte politiche operate da alcuni in questi ultimi giorni non fanno altro che rafforzare coloro i quali sostengono che non è solo Schettino ad abbandonare la nave in pericolo.

I fuggiaschi non saranno traditori, ma non fanno bella figura. Tanto più che anche uno sprovveduto intuisce chiaramente che essi sono animati solo dal desiderio di non rinunciare alle poltrone, di eliminare i berlusconiani e di costituire un movimento centrista cui aderirebbero personaggi di Scelta Civica, dell’Udc, dell’ex Margherita eccetra, eccetra.

Tutta gente che sogna di far risorgere la Democrazia Cristiana, invero la brutta, bruttissima, copia della Democrazia Cristiana, ignorando che simile progetto da quasi vent’anni è sempre miseramente fallito perché la società italiana è cambiata e non c’è più la Chiesa disposta a collaborare con la propria rete di parrocchie ubbidienti alle gerarchie, ma soprattutto non più disposta a sostenere o collaborare con pseudo o sedicenti leader.

In politica ne abbiamo viste di ogni colore, ma non è mai accaduto che congiure, scissioni, manovre sotterranee e salti della quaglia abbiano portato al successo.

Viene spontaneo pensare che anche questa volta sarà così.

Oggi, dal punto di vista dei numeri, il Nuovo centrodestra ha parlamentari a sufficienza per supportare la maggioranza e permettere all’esecutivo di reggersi anche se in equilibrio.

Ma quando arriverà l’ora della verità – il conteggio delle schede depositate nelle urne? Le divisioni infatti indeboliscono chi le provoca e non chi le subisce.

Se poi gli elettori sospettano che la scissione abbia come scopo la conservazione di una fettina di potere e annessi privilegi, guai: diventano vendicativi e puniscono.

Ma Alfano non farà la fine di Gianfranco Fini?

Davanti a lui si apriranno le porte di una nuova formazione moderata e centrista, alla quale già ha dato disponibilità Casini e nella quale si attende magari anche l’arrivo in pompa magna di Enrico Letta e dei cattolici del Pd.

Il Nuovo Centrodestra annunciato da Alfano è solo un momento di passaggio per arrivare al tanto desiderato Nuovo Vecchio Centro.

Perché l’obiettivo è questo: costruire una nuova Democrazia Cristiana senza democristiani ma composta da ciellini, ex socialisti, ex missini, cattolici di sinistra e tecnocrati dell’europeismo ideologico.

Una formazione che dietro la retorica del popolarismo europeo, sarà il naturale punto di convergenza per i poteri forti di Bruxelles.

Il berlusconismo andava archiviato ma non in questo modo, anche perchè la Merkel e gli eurocrati non hanno mai smesso di cercare maggiordomi in Italia.

Ma il popolo di Silvio è con lui?

Anticomunismo, libertà dall’oppressione fiscale, questione della giustizia, burocrazia di Bruxelles, crisi economica sono di attualità.

Per questo motivo la nascita di una destra, irreprensibile e perbene nel senso in cui la intende e la desidera la sinistra, è rinviata a data da destinarsi.

Ci sono cose da fare per evitare un egemonismo della Germania e la scissione di un gruppo di ministeriali non cambia molto.

D’altra parte bisogna che noi italiani impariamo ogni volta a riconoscerci nella nostra essenza psicologica: con un leader azzoppato da una condanna giudiziaria, almeno virtualmente, non è nulla di eccezionale una consorteria che lo molla e si aggrappa a un governo purchessia in nome della stabilità della legislatura.

E ben ci sta il verso di Giovanni Giudici: «C’è più gusto a tradir per intero che a esser fedeli a metà».

Hanno idee? Hanno voti? Hanno carattere? Hanno qualche traino emozionale? Sono freschi? Sono autonomi? Sono competitivi?

Vedremo. Per adesso è lecito dubitare.

Questo Berlusconi qui, che sceglie la via di un percorso di nuovo autonomo, senza fare lo sfasciacarrozze e il populista straccione, ma senza concedere alcunché a quanti lo vorrebbero rassegnato e inerte di fronte alla tremenda mazzata giudiziaria che gli hanno inferto, porrà qualche problema, anche alla sinistra e ai demagoghi.

Vendola dovrà farsi perdonare, lui che ha una spiritualità così teneramente e populisticamente narrativa, la banale trascrizione audio di una telefonata con il missus della famiglia Riva.

E Renzi? O si sbriga a rimuovere l’ingombro del governo Letta, con tutta la pattuglia degli ultimi arrivati, trascinando il Paese a elezioni politiche serie, oppure lo vedo cotto.

Nel Partito democratico non sarà accettato come leader effettivo, le premonizioni minacciose di D’Alema fanno testo. E nel Paese bipolarizzato, con un centro fragile e chimicamente dissolvente, con un Berlusconi che scrive la sceneggiatura della vendetta, ci sarà poco da ridere.

Può essere che l’interdizione forzosa dalla corsa in prima persona porti a un decadimento della capacità combattiva dell’esercito di Berlusconi.

Può essere.

Ma le radici del fenomeno sono ormai rinsaldate nel tempo, nelle abitudini, nei comportamenti sociali e nel mito della libertà, e solo una credibile alternativa può risolversi in qualcosa che prescinda da lui e che vada oltre la sua esperienza personale.

Per questo motivo noi Popolari Liberali, democratico cristiani, della provincia di Agrigento, non possiamo che prendere atto della fine del PDL, peraltro non voluta da noi.

Ne consegue inevitabilmente e coerentemente lo scioglimento del gruppo dei Popolari Liberali della provincia di Agrigento.

Doverosamente e coerentemente intendiamo tirarci fuori da ogni sorta di meschini calcoli politici volti alla conquista o alla conservazione di un potere effimero e soprattutto sempre più dannoso per l’Italia e per gli italiani.

Per ora ci sembra giusto e doveroso limitarci ad osservare, con attenzione e senso di responsabilità, l’evoluzione o l’involuzione, di una situazione politica complessivamente confusa e contraddittoria.

Lo dobbiamo fare senza illusioni e senza opacità, senza paure e senza reticenze, senza la preoccupazione di ipotesi (anche possibili) di un berlusconismo che sopravvive a sorpresa.

Il nostro preciso dovere politico, in questo momento di caos politico istituzionale in cui è caduto il nostro Paese, è quello di riflettere, interrogarci e proporre un nuovo progetto politico, credibile e responsabile, capace di far ripartire la crescita economica nel nostro Paese, debellare la disoccupazione, specie quella giovanile, restituire la sovranità al popolo italiano e ridare dignità alla politica e alle istituzioni.

Piero Ragusa