Nell’ultimo incontro a Palazzo Stella, lunedì 20 gennaio, i soci dell’UNITRE di Canicattì hanno avuto l’opportunità di ascoltare una brillante relazione dell’avv. Giuseppe Di Miceli sul tema “Il canto  popolare siciliano”.
Il canto popolare siciliano rappresenta la massima espressione dei sentimenti, degli usi e dei costumi del popolo siciliano e, proprio per la sua provenienza dal basso, è in grado di fornire uno spaccato storico senz’altro genuino su un piccolo mondo antico che ormai non esiste più.
Il suddetto canto, di pura tradizione orale, ha saputo mescolarsi con la poesia popolare siciliana, fino a congiungersi ad essa, creando una melodia propria e diversa nelle varie zone della Sicilia su cui adattare il testo della poesia dialettale, tanto che ancora oggi non è inusuale che allo stesso testo siano abbinate a seconda dei luoghi melodie differenti.
In ogni caso, il canto popolare siciliano risente fortemente di tutti gli apporti arrecati alla nostra cultura ed ai nostri costumi da tutti i popoli che nei secoli hanno calcato il suolo siciliano, tanto che non è facile rintracciarne una data di inizio, che comunque è senza dubbio molto antica.
Caratteristica del canto popolare è la ricettività, atteso che se un canto creato da un singolo trovava apprezzamento tra gli altri, allora veniva adottato dalla comunità fino a diventare nel tempo patrimonio comune e, quindi, oggetto di tradizione.
Sono tanti i temi riscontrabili nei canti popolari siciliani e vanno dagli stornelli alle serenate, dalle storie epiche alle filastrocche, dai canti di dolore a quelli a sfondo religioso.
Sono altrettanto tanti e caratteristici gli strumenti musicali utilizzati, da quelli diffusi anche oltre i confini insulari (la chitarra, il mandolino, ecc.) a quelli prettamnte siciliani: “lu marranzanu” (lo scacciapendieri), “lu friscalettu” (il flauto a cecco), “lu tammurinu” (il grosso tmburo), “la ciarameddra” (la cornamusa), solo per citarne alcuni.
Da rilevare che sin dall’Ottocento il canto popolare siciliano ha attratto molti studiosi delle tradizioni etniche e folkloristiche della Sicilia, tra cui, oltre alla celeberrima opera di recupero di Giuseppe Pitrè, sono senz’altro da segnalare le raccolte di Lionardo Vico (1857 e poi 1870) e Francesco Paolo Frontini (1883 e poi 1893), cui va riconosciuto il merito di avere ricercato, raccolto e pubblicato un numero considerevole di canti, alcuni anche molto antichi.
Il Novecento vide, invece, una diffusione ben più capillare dei canti popolari, anche e soprattutto grazie all’avvento dei dischi, della radio e della televisione. Fu in tale contesto che emersero figure dall’indubbio valore artistico tra cui, solo per limitarci al territorio agrigentino, Rosa Balistreri e Tony Cucchiara, quest’ultimo dedito soprattutto al musical teatrale.
Oggi vi sono diversi gruppi musicali che hanno fatto proprio il compito di salvaguardare le tradizioni popolari; tra di essi meritano senz’altro una menzione i nostri “Cantores Insulae”, ed è ad essi che bisogna guardare con favore al fine di preservare un patrimonio che non è soltanto musicale, ma anche storico ed etnico, che altrimenti rischia di perdersi tra le infinite maglie della globalizzazione.