“Quando ho sentito alla televisione che il generale Dalla Chiesa era stato promosso prefetto di Palermo per distruggere la mafia ho detto: ‘prepariamoci’. Mettiamo tutti i ferramenti a posto, tutte le cose pronte per dargli il benvenuto”. Lo racconta il boss Totò Riina al capomafia pugliese Alberto Lorusso durante una conversazione in carcere intercettata.

DALLA CHIESA. “Lui – aggiunge – gli sembrava che veniva a trovare qua i terroristi. Gli ho detto: ‘qua il culo glielo facciamo a cappello di prete”. “Un generale di ferro dice che era”, continua. “S’è visto come era di ferro”, replica Lorusso. “Contro il terrorismo – prosegue – combinò poco… lo potevano pure ammazzare i terroristi”. “L’intenzione l’avevano – risponde il pugliese – ma non furono capaci”. Riina ricorda gli appostamenti fatti per organizzare l’attentato a Dalla Chiesa: “sta uscendo, deve andare a mangiare e va bene … ta ta ta ten (indica i colpi esplosi nell’agguato)”. “Devi cercarlo – spiega – devi andare pure dentro la caserma”.


Il boss corleonese rammenta il disappunto di uno dei killer del commando, Pino Greco Scarpuzzedda che si lamentò per essere arrivato tardi e non avere potuto sparare per primo. “Lui era un ritardatario  – dice – e non si dava pace”. Il padrino non risparmia commenti sulla vita privata del generale e sul suo matrimonio con Emanuela Setti Carraro, morta nell’attentato: “Figlio di puttana… s’era preso la picciuttedda (la ragazza ndr), ma non se l’è potuta godere, gli è rimasta nella gola, l’ha fatta venire a Palermo”. Poi ironizza sulle tesi che vedono dietro al delitto Dalla Chiesa il coinvolgimento di soggetti estranei a Cosa nostra: “loro sono convinti che a uccidere il padre fu lo Stato – dice alludendo ai figli del generale – ma c’è solo un uomo e basta. – conclude alludendo a se stesso – Ha avuto la punizione di un uomo che non ne nasceranno più”.

FALCONE. Riina torna pure sull’attentato a Falcone: “Meno male che lui si è voluto mettere là al posto dell’autista, se no si salvava, disgraziato. Una trovata migliore l’ha potuta trovare lui solo”. “Mentre era al telegiornale… sono feriti lui e la moglie. Minchia feriti! Poi nel mentre il telegiornale: è morto Falcone. Ti metti là minuto per minuto, no? Ci siamo! Ci siamo! Ci siamo!”. “Minchia ho detto – prosegue Riina – ma guarda che bordello. La moglie è viva, è viva. Dopo dieci minuti dice l’hanno ammazzata pure. Mia moglie dice: ma cosa è successo, ma che disgrazie, mischineddu, mischineddu… (poverino ndr) c’era una macchina, un aereo, lo hanno bombardato. Poi cercano l’aereo che non si è potuto trovare più… Poi subito allerta per la seconda”. “La seconda” per gli investigatori sarebbe la strage in cui morì Paolo Borsellino.

Riina quindi parla del tritolo usato per i due attentati. “Minchia con quello ce ne sono voluti qualche 300 chili, con quello 500 chili – aggiunge – Non abbiamo risparmiato niente, devo dire la verità”. Poi raccontando di nuovo dell’attentato di Capaci. “Sembrava una zona di guerra –  ammette Riina – appunto per questo loro non la possono digerire”.

BORSELLINO. “…Si fottono l’agenda, si fottono l’agenda”, dice ridendo Totò Riina a Lorusso, mentre parla della strage di via D’Amelio. Il riferimento sarebbe all’agenda rossa, poi scomparsa, del giudice Paolo Borsellino. Poco prima Riina dice: “…mettilo nella macchina, lo hanno pedinato…” mentre Lorusso parla della strage come di “un romanzo storico importante, questo è un genio da romanzo mondiale, altro che romanzi Guerra e Pace”. E Riina risponde: “C’è stata guerra e pace… Guerra e pace Salvatore Riina, tanto l’autore…”. “Per questo è passata nella storia questa cosa, – aggiunge – è passata nella storia sempre, perché è una storia che non si può mai, mai, mai cancellare questa”.

IL PAPELLO. Conversando con Lorusso, Riina smentisce inoltre le parole del pentito Giovanni Brusca che ha raccontato agli inquirenti di avere saputo dal padrino di Corleone della consegna allo Stato del “papello”, l’elenco delle richieste della mafia per fare cessare le stragi: “Questo è un pallista. Io a lui ho detto: ‘interessati per tuo padre perché io in Cassazione non posso fare niente. Questo gli ho detto. Non che gli ho dato il papello”. Riina smentisce l’esistenza del papello. “Ma questo papello non si trova – dice – non c’è”. “Sono andati a fare le indagini sui miei figli, sulle mie sorelle, su mia moglie”, racconta alludendo alle indagini calligrafiche fatte dalla polizia per trovare l’autore del foglio consegnato ai pm da Massimo Ciancimino. Gli accertamenti fatti non hanno consentito agli investigatori di risalire alla paternità dello scritto. Riina non risparmia insulti anche a Massimo Ciancimino definito “disonorato” e “folle di catene” (pazzo da legare ndr). Sollecitato da Lorusso dice che il figlio dell’ex sindaco mafioso collaborerebbe per riavere i soldi confiscati.

LIMA E ANDREOTTI. Il boss, inoltre, si lamenta dell’eurodeputato Salvo Lima, ucciso dalla mafia nel ’92. “Io posso dire, parlando con voi, che questo Lima disse che lui non poteva andare più a Roma a parlare con Andreotti. Ma come? Prima quando gli portava 350mila voti a Lima, ad Andreotti. A chi li portava questi voti?”. Dalla conversazione intercettata emerge che a un certo punto l’ex politico, ritenuto dagli inquirenti l’interfaccia di Cosa nostra nella politica, avrebbe fatto sapere che non sarebbe più andato a parlare con Andreotti. “Gli ha detto – spiega – a quella persona che gli parlò ‘perchè l’avissi assicutatu andando a Roma’ (espressione che sta a significare che se Lima fosse tornato a parlare con l’ex presidente del Consiglio sarebbe stato cacciato in malo modo ndr)”.

“C’era una mattanza: Andreotti, suo figlio”, dice Riina confermando che Cosa nostra agli inizi degli anni ’90 aveva pronta una lista di politici da eliminare. “Stavano tutti a calendario”, dice Lorusso alludendo all’ex ministro dc Calogero Mannino come a uno degli obiettivi della mafia. “Eh sì, minchia”, risponde Riina, che però indirizza allo stesso Andreotti un particolare tributo:  “Andreotti era il massimo politico di tutti i tempi… Quello era grosso… Berlusconi di fronte ad Andreotti è come le formiche nell’olio”.

LaSicilia