agricolturabio1“Le filiere agroalimentari nascondono criticità e grandi sacche d’illegalità”. Lo afferma Alessandro Chiarelli, presidente della Coldiretti Sicilia commentando la nascita dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, la Fondazione costituita da Coldiretti con l’obiettivo di creare un sistema coordinato e capillare di controlli idonei a smascherare i comportamenti che si pongono in contrasto con la legalità.

Sono già quattordici le procure che hanno aderito all’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, il cui comitato scientifico e’ guidato da Giancarlo Caselli. “Da alcuni anni – ricorda Chiarelli – Coldiretti collabora con Eurispes nella realizzazione di un Rapporto annuale sulle Agromafie”.


Un fenomeno complesso di cui i cittadini hanno scarsa consapevolezza. “E’ un fatto lecito che siano importate arance dal Marocco, ma se, quando arrivano in Italia, si confondono con i nostri prodotti, si procura un danno all’agricoltura siciliana. In tutto il mondo, quando si parla agli agrumi, si pensa alla Sicilia. I prodotti devono essere riconosciuti. In Sicilia abbiamo protocolli fitosanitari rigidi che vietano di usare certi prodotti, utilizzati nel Maghreb, che lasciano residui. C’e’ poi il problema etico legato alla manodopera: in Marocco la paga sindacale è un decimo rispetto alla nostra. Tutto questo per dire che i prodotti alimentari devono essere tracciati. L’osservatorio monitora questi fenomeni”.

“Di agricoltura si puo’ vivere – ricorda il presidente di Coldiretti Sicilia -. E’ necessario, pero’, il contributo delle istituzioni. Anche con misure a costo 0 per le amministrazioni. Nei quadrivi interni delle strade provinciali, comunali o interpoderali, si possono installare sistemi di vigilanza. Che senso ha invocare la privacy per non vedere chi scarica abusivamente o chi è transitato dopo aver fatto atti delinquenziali?”

Sull’agricoltura, pero’, giocano altri fattori a sfavore della composizione dei prezzi e del reddito. “In Italia produciamo solo il 20% del latte fresco che consumiamo. Il resto lo importiamo dal nord Europa. Però, poi non riusciamo a rifornire un ospedale, un carcere o una scuola. Non potremmo rifornirli con il latte che proviene dal territorio, come da Cammarata o Ragusa?”

I prodotti a chilometro 0 necessitano però di controlli e di etichettatura. “In Italia arrivano prosciutti dall’estero e, dopo sei mesi di stagionatura in un salumificio, possono essere dichiarati italiani: stiamo ingannando il consumatore. Come per i succhi. L’algoritmo ci dice che l’1% di frutta in più necessita di 1000 ettari di coltivazione. Ma, senza tracciabilità, utilizziamo brand italiani con prodotti stranieri, perché all’industria conviene acquistare un prodotto straniero qualitativamente inferiore e a basso prezzo. Analogo il problema della sofisticazione del vino, buona prassi per il nord Europa, che si traduce in un danno enorme per la viticoltura italiana. Le regole non tengono conto di ciò che avviene nella filiera. Il consumatore – chiude il presidente di Coldiretti Sicilia – può scegliere il prodotto che preferisce, ma deve essere consapevole di ciò che sta acquistando“

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