tribunale-newI giudici della Corte di Appello di Palermo hanno confermato pienamente la sentenza di primo grado a carico di Vincenzo Bonfanti, di 57 anni, e Nicola Bonfanti, di 26 anni, padre e figlio entrambi di Palma di Montechiaro, finiti in carcere con l’accusa di avere preso parte, per ragioni economiche, all’omicidio del sessantacinquenne Nicolò Amato e del ferimento del figlio Diego.
Trenta anni di reclusione sono stati inflitti a Vincenzo Bonfanti, ventisette anni al figlio Nicola.
Accolte le richieste del procuratore generale di Palermo Ettore Costanzo, che al termine della sua requisitoria aveva chiesto la conferma della condanna inflitta ai due palmesi dalla Corte d’Assise di Agrigento (presieduta da Giuseppe Melisenda Giambertoni, con a latere il giudice Alberto Davico).

Il terzo imputato Raimondo Bonfanti, figlio di Vincenzo e fratello di Nicola, condannato in primo grado a 18 anni di reclusione dal Gip del Tribunale di Agrigento, Ottavio Mosti, aspetta di essere giudicato dalla Corte di Appello di Palermo.
L’omicidio avvenne nelle prime ore del pomeriggio del 22 aprile del 2011, mentre migliaia di fedeli seguivano i riti del venerdì Santo. Amato avrebbe messo i lucchetti alle saracinesche del bar-pizzeria La Fontana, di via Pietro Nenni, gestita dai Bonfanti, ma i cui locali e l’intero palazzo erano di proprietà della vittima, che li aveva dati in affitto.
I fratelli Bonfanti da qualche anno, gestivano il locale e non avrebbero provveduto a pagare le bollette delle utenze, anch’esse intestate alla vittima. Da lì nacquero una serie di dissidi e discussioni sfociate nella sparatoria.