facebook-google-reader-1Dopo avere pestato a sangue un giovane extracomunitario in un bar, quattro bulli di San Cataldo hanno raccontato la loro bravata su Facebook, vantandosene. Chi tocca un nostro amico, hanno scritto, subisce il trattamento che merita. Grazie al post, la polizia ha beccato i bulli e li ha denunciati. Subiranno perciò un processo.

L’episodio non è affatto nuovo. Non si contano i casi di diffusione su web di atti sessuali e di pestaggi. I social, ma in generale i nuovi mezzi di comunicazione sono diventati una irresistibile cassa di risonanza dei sentimenti e bisogni prevalenti.


Non conta niente chi non sta in piazza. I social dunque, fanno parte della vita di tanti giovani. Che perciò corrono enormi rischi pur di dare sfogo al bisogno di essere oggetto di discussione, attenzione, conversazione.

È una pulsione, invero, affatto nuova. Ci si vantava al bar o sui marciapiedi del quartiere una volta: la voglia di socializzare gli episodi della propria vita, per sentirsi qualcuno, e scoprire una identità forte (senza possederla) c’è sempre stata.  È cambiata la piazza, che oggi è sterminata. Così vasta da non essere percepita come tale.

Quei ragazzi di San Cataldo che hanno postato il pestaggio dell’extracomunitario si sono resi conto di stare comunicando al mondo intero, dall’Alaska al Sud Africa, la loro bravata? Il bullismo si nutre della piazza, ha bisogno di una platea. Senza il pubblico, la bravata non ha senso.

La consapevolerzza del rischio quando c’è, non induce perciò alla prudenza, perché il post, o la vanteria al bar, fanno parte del rito, completano il “crimine”, danno un senso alla violenza, servono a condurre i protagonisti al centro della scena. Che è poi il vero, grande bisogno.

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