Un operaio dell’impresa metalmeccanica , appaltatrice dell’Eni nel petrolchimico di Gela, si è arrampicato su una delle putrelle che reggono il tetto di un capannone del cantiere della ditta, in contrada Piana del Signore, e minaccia di buttarsi se non avrà risposte certe sui suoi arretrati salariali e sul suo futuro di lavoratore.
Sul posto sono accorsi molti colleghi di lavoro mentre le forze di sicurezza e di protezione civile (polizia, un’ambulanza del 118 e i vigili del fuoco), dopo aver collocato a terra un grande materasso pneumatico, cercano di convincere l’operaio a desistere.
La sua rabbia è esplosa perchè non lavora da gennaio e non percepisce ne salario nè cassa integrazione da otto mesi, cui si aggiungono una tredicesima e due quattordicesime non pagate.
La ditta, come tante altre ditte dell’indotto gelese, è ferma, con 110 dipendenti in mobilità e 18 in cassa integrazione, a seguito della chiusura della raffineria di Gela, che, abbandonata la lavorazione del petrolio, attende di essere riconvertita nella produzione di biocarburanti.
Tra diretto e indotto, sono stati tagliati circa 1500 posti di lavoro, in attesa di ricollocazione. Le segreterie provinciali di Cgil Cisl e Uil e i sindacati metalmeccanici, con un loro comunicato, puntano il dito contro la Regione e denunciano “ancora una volta la latitanza delle istituzioni” mentre avvertono che la “Vertenza Gela” rischia di subire una deriva e che se non si interviene subito con risposte concrete, “la stessa avrà momenti incontrollabili”.












