Lampedusa era stata la meta del primo viaggio del suo pontificato, l’8 luglio 2013. A luglio Papa Francesco, secondo quanto apprende FarodiRoma, tornerà nella diocesi di Agrigento guidata dal cardinale Francesco Montenegro, a cui proprio Bergoglio ha imposto la berretta rossa nel concistoro del 14 febbraio 2015. Il Papa vuole stare vicino a chi è in prima linea nell’accoglienza dei migranti, soprattutto in questo momento in cui imperversano le critiche contro le Ong che li accolgono in Italia. Un tema da sempre al centro dell’agenda del suo pontificato. Bergoglio, infatti, ha deciso di guidare direttamente la sezione dedicata ai profughi del nuovo Dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale da lui istituito. Al viaggio a Lampedusa, poi, è seguito quello nell’isola di Lesbo, il 16 aprile 2016, dove il Papa ha visitato l’affolatissimo campo profughi riportando in Italia, sul suo aereo, 12 di loro, tutti musulmani, affidati alle cure della Comunità di Sant’Egidio che ha avviato, in accordo con i governi italiano e francese e con la Cei, la lodevole iniziativa dei corridoi umanitari. Così come Francesco, nel Giovedì Santo 2016, ha voluto celebrare la messa in Coena Domini al Cara di Castelnuovo di Porto, lavando i piedi a 12 profughi.
Una scelta, quella di visitare Agrigento, che risponde indirettamente anche allo scivolone de L’Osservatore Romano che ha criticato in prima pagina il lavoro delle Ong. Una polemica scaturita dalle dichiarazioni del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che sta indagando, così come avviene da parte di altre procure siciliane, su presunti contatti tra alcune Ong presenti nel Mediterraneo con proprie imbarcazioni e gruppi di scafisti. Il sospetto sollevato dal magistrato, che per ora rimane soltanto un’ipotesi, è che le navi delle organizzazioni non governative vengano utilizzate come una sorta di taxi dai trafficanti di esseri umani per fini tutt’altro che umanitari. Un’accusa alla quale il Papa ha risposto indirettamente nell’omelia della messa celebrata al Cairo: “Dio gradisce solo la fede professata con la vita, perché l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Qualsiasi altro estremismo non viene da Dio e non piace a lui! Per Dio, è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!”.
“Io vorrei, oggi, – ha sottolineato Francesco nell’omelia della Liturgia della Parola in memoria dei ‘Nuovi Martiri’ del XX e XXI secolo nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola con la Comunità di Sant’Egidio – aggiungere un’icona di più, in questa chiesa. Una donna. Non so il nome. Ma lei ci guarda dal cielo. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne, con tre bambini. Mi ha guardato e mi ha detto: ‘Padre, io sono musulmano. Mia moglie era cristiana. Nel nostro Paese sono venuti i terroristi, ci hanno guardato e ci hanno chiesto la religione e hanno visto lei con il crocifisso, e le hanno chiesto di buttarlo per terra. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto!’. Questa è l’icona che porto oggi come regalo qui. Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo o è riuscito ad andare altrove. Non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati, tanti, sono di concentramento, per la folla di gente che è lasciata lì. E i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani. E quest’uomo non aveva rancore: lui, musulmano, aveva questa croce del dolore portata avanti senza rancore. Si rifugiava nell’amore della moglie, graziata dal martirio”.
Proprio al termine della sua visita alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola, Francesco ha incontrato un gruppo di rifugiati accolti dalla Comunità di Sant’Egidio. Tra questi, Tadese Fisaha, giovane eritreo sopravvissuto di Lampedusa, che ha donato al Papa una cartolina raffigurante i volti delle vittime del terribile naufragio del 3 ottobre 2013. “Questa generosità del Sud di Lampedusa, della Sicilia, di Lesbo, possa contagiare tutti noi. Siamo nella civiltà che non fa figli, ma anche chiudiamo la porta ai migranti: questo si chiama suicidio”. Sono state le parole di Bergoglio a conclusione dell’incontro con i profughi. “Pensiamo alla crudeltà che oggi si accanisce su tanta gente, allo sfruttamento della gente che arriva con i barconi e poi restano lì nei paesi generosi, l’Italia e la Grecia accolgono ma poi i trattati internazionali non lasciano che ripartano”, ha esortato il Papa che ha poi concluso: “Se in Italia si accogliessero due migranti per ogni municipio ci sarebbe posto per tutti”.
“Non era un lapsus”, ha spiegato nell’ormai consueta conferenza stampa con i giornalisti che lo hanno accompagnato nel viaggio in Egitto. “Ho detto – ha sottolineato il Papa – che ci sono tanti campi profughi che sono campi di concentramento, in Italia e in altre parti, ma non in Germania. Se la gente è chiusa in un campo e non può uscire, cos’altro è se non un campo di concentramento? Il solo fatto di stare chiusi e non poter uscire è un lager. Pensiamo a quel che era successo alla Manica”, ha esemplificato tornando però subito al nostro Paese. “Mi ha fatto ridere, è la cultura italiana, quello che mi ha raccontato un dirigente dell’Azione Cattolica di Agrigento: in Sicilia in uno dei campi profughi della zona, i capi di quella città hanno parlato alla gente per trovare un accomodamento: ‘Voi non potete stare sempre chiusi lì dentro voi dovete uscire, ma non fate cose brutte. Noi le porte del campo non le possiamo aprire, ma facciamo un buco dietro così potete uscire e rientrare’. E grazie a questo – ha spiegato Bergoglio – i rapporti tra cittadini e profughi lì sono buoni”.
In un videomessaggio al TED 2017 che si è svolto a Vancouver, Francesco ha confidato che “incontrando o ascoltando ammalati che soffrono, migranti che affrontano tremende difficoltà in cerca di un futuro migliore, carcerati che portano l’inferno nel proprio cuore, persone, specialmente giovani, che non hanno lavoro, mi accompagna spesso una domanda: ‘Perché loro e non io?’ Anch’io sono nato in una famiglia di migranti: mio papà, i miei nonni, come tanti altri italiani, sono partiti per l’Argentina e hanno conosciuto la sorte di chi resta senza nulla. Anch’io avrei potuto essere tra gli ‘scartati’ di oggi. Perciò nel mio cuore rimane sempre quella domanda: ‘Perché loro e non io?’”. Parole accompagnate da un gesto che Bergoglio ha compiuto incontrando in Vaticano i partecipanti al congresso del Forum internazionale dell’associazione laicale. Prima di pronunciare il suo discorso in spagnolo, infatti, Francesco ha baciato un Vangelo lasciato su un barcone da un migrante annegato nel viaggio verso Lampedusa.
“Salvare le vite umane – ha spiegato recentemente il cardinale di Agrigento – credo sia un dovere di tutti. Tante Ong, generosamente e anche rischiando, vanno incontro a chi sta perdendo la vita o è in prossimità di farlo: credo sia un atto di grande rispetto e che vada sopportato anche da chi sta in terra ferma e decide le sorti di tutti. Circa le polemiche, se ne spegne una e se ne accende un’altra”. Questo, per il porporato, “perché l’immigrazione è fastidiosa soprattutto per chi regge la sua vita sul numero degli elettori, per cui bisogna tentare il più possibile da parte di chi si trova in certi posti di acquistare più simpatia e avere più voti”. Riguardo alle accuse alle Ong “non si può sparare nel mucchio e dir tutto”, accusa il cardinale osservando che “se io dovessi dire che ‘tutti i politici sono disonesti’ qualcuno alzerebbe il dito per dire ‘come fai a dire che anch’io lo sono’. Non bisogna dire che tutte le Ong approfittano della situazione per arricchirsi. Se ce n’è qualcuna – ha concluso Montenegro – si fanno le debite indagine e ricerche, e chi sfrutta questa situazione sarà penalizzato”.
“Fermo restando che queste accuse debbano trovare dei riscontri che fin’ora non ci sono stati. Credo che queste accuse abbiano dietro una visione ipocrita e vergognosa di chi non vuole salvare in mare persone in fuga e di chi non vuole fare canali umanitari attraverso i quali le persone potrebbero arrivare in sicurezza, combattendo così ciò che va combattuto realmente: il traffico di esseri umani che finanzia il terrorismo”. E’ stato il commento del direttore della Fondazione Migrantes della Cei, monsignor Giancarlo Perego. “Voltare la faccia dall’altra parte – ha aggiunto il presule da sempre in prima linea nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei loro diritti – o puntare il dito contro le organizzazioni internazionali, che stanno dando una grossa mano nel salvataggio in mare nel Mediterraneo, credo che sia un’operazione da condannare. E’ necessario, invece, portare la coscienza europea a rafforzare i canali umanitari”. E’ proprio questo il messaggio che Francesco farà suo nella visita ad Agrigento.
Francesco Antonio Grana












