– Usava il suo ufficio, presso il comando della Polizia municipale di Messina, per sbrigare le pratiche di tre diverse società assicuratrici di cui la moglie era subagente, e qui riceveva un gran via vai di clienti senza che risultassero tra i visitatori, utilizzava anche il parco mezzi dei vigili e i vigili stessi per farsi accompagnare nella sua attività ‘parallela’ in base alle necessità del suo secondo lavoro.

Per questo  ex Commissario della Polizia municipale, responsabile del reparto motociclisti di Messina, è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione per peculato d’uso continuato (l’entità della condanna non è nota).


L’uomo – come si legge nella sentenza che lo riguarda – è stato assegnato ad altre mansioni dal luglio 2010, dopo le segnalazioni di una ispettrice che nel 2009, in un clima generale di omertà e tolleranza, aveva invece reagito e scritto una lettera di denuncia al comandante dei vigili di Messina, e poi una nuova missiva nella quale si lamentava di non essere stata convocata e faceva cenni più specifici al doppio lavoro, con mezzi dello Stato, .

Durante l’inchiesta, una decina di vigili andarono a testimoniare a favore del loro capo, ma la Procura li ha ritenuti “inaffidabili” e due di loro sono stati anche denunciati per aver detto il falso. Oltre all’ispettrice che per prima ha denunciato questa situazione e che è stata la principale teste dell’accusa, altri vigili hanno vuotato il sacco e tra loro anche alcuni che erano stati colpiti da provvedimenti disciplinari perché non erano d’accordo su come gestiva il “personale del reparto motorizzato”.

L’affidabilità dei testi d’accusa, tra i quali anche ispettori che non avevano motivi di risentimento con l’imputato, è stata riscontrata – rileva il verdetto 43276 depositato oggi dalla Sesta sezione penale della Cassazione – dalla “coincidenza dei luoghi in cui Giuseppe L. si faceva accompagnare con l’auto di servizio con le sedi delle agenzie assicurative di cui la moglie era sub-agente, o con lo studio del commercialista che ne curava la posizione”.

Lo stesso  aveva ammesso di collaborare all’attività della moglie, “seppure a suo dire al di fuori dalle incombenze di servizio”. E’ stata così confermata la condanna emessa dalla Corte di Appello di Messina il 21 aprile del 2017, e l’imputato è stato condannato anche a versare duemila euro alla Cassa delle Ammende data la inammissibilità del suo ricorso.