L’ineffabile ironia e, soprattutto, autoironia dello Statuto della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinese prevedeva una suddivisione dei suoi componenti in due gruppi: arcadi minori e arcadi maggiori.
         Tra gli arcadi minori erano inseriti personaggi eccellenti come Luigi Pirandello, Arnaldo Fraccaroli, Marco Praga, Giovanni Gentile, Marta Abba, Emma Grammatica, Benedetto Croce e Salvatore Quasimodo.
         Si pregiavano, invece, del titolo di arcadi maggiori personaggi più modesti come Ciuzzu lu Cardiddaru, Giuseppe Bennici, Pietro Greco, un certo Falzone inteso Taganieddu, Giuseppe Zagarrì, Carminu Corbu inteso Squajazza e, soprattutto, tale Pietro Cretti.
         Di quest’ultimo così ha scritto lo straordinario e affascinante affabulatore avvocato Calogero Corsello: “Quasi cieco, quasi analfabeta, figlio di padre ignoto, sbarcava il lunario con estrema difficoltà, facendo il venditore ambulante”.
         “Andava per strade e cortili, con una mensoletta in legno appesa al collo su cui era esposta la mercanzia: elastici per donna, pettini di varia foggia, bottoni e oggetti similari. Se i clienti, dopo aver dato uno sguardo distratto, per pura cortesia, alla merce, andavano via nulla avendo acquistato, il poveretto esclamava: “Tutti abbiamo diritto a vivere!”, racimolando in tal modo qualche piccola elemosina”.
         Grazie a questo “prestigioso” curriculum, il Cretti nel 1939 fu nominato segretario dell’Accademia. Si firmava “A secretis Petrus Crettius”; seguiva l’autenticazione del Presidente Eterno del Sodalizio don Ciccio Giordano: AUTENTICO SEGNO DI CROCE GRECA APPOSTO IN NOSTRA PRESENZA”.
         Pietro, da buon parnasiano, scrisse anche, in versi, “La vita si San Calogero l’Eremita” che così concludeva:
         O vui ca chisti versi aviti intisi
         mi cumpatiti si nun su perfetti
         aiutati lu poeta Pietru Cretti
         di lu Parnasu Caniattinisi.
         Eppure, a un certo punto, gli fu impedito di svolgere la sua attività, poiché, a causa delle sue proteste contro l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il Comune gli aveva ritirato la licenza di commercio regolarmente avuta da sempre e su cui aveva pagato le dovute tasse. Il Cretti, ormai ex ambulante, continuò a sostare per ore davanti al bar Lo Sardo (poi La Licata), accanto al Municipio, chiedendo l’elemosina.
         In seguito, dietro suggerimento degli stessi funzionari comunali che gli avevano revocato la licenza, fece ricorso con istanza presentata dal viaggiatore piazzista del Parnaso, avvocato Salvatore Sanmartino, che così argomentava:
 
         “Questa Secolare Accademia si permette di fare non già una “raccomandazione” (essendosi, finalmente, riusciti ad abolire questa tanto abusata parola), ma solo di sottoporre alla Vostra illuminata equità ovvie considerazioni in pro del petente Cretti Pietro.”
         “Egli che copre, come noto, l’alta carica di Segretario Capo, appo il “PARNASO”, armonizza ed integra la sua accademica attività col mestiere di venditore ambulante in “CHINCAGLIERIE, TERRAGLIE STAGNATE E AFFINI” (compresa, s’intende, tra questi, la Divina Poesia, la quale, in sostanza, è fatta appunto di creta, insopprimibile creta, bellamente dissimulata con variopinta vernice e molto stagno).”
         “Orbene, quest’ultima attività del nostro Cretti, certamente secondaria e marginale, di fronte a quell’altra ben più proficua e onorifica, gli è stata sospesa per una formale inadempienza; e sarebbe certo grave iattura se non gli si consentisse di riprenderla, non solo perché essa risponde a pressanti e quotidiani richiami di origine gastrica e di natura alimentare del nostro illuminato funzionario, ma anche perché essa apporta e spiega una grande utilità, addirittura provvidenziale, che travalica la stremenzita e pur degna persona del nostro Segretario, a conforto e vantaggio della generalità.”
         “Basterà infatti rilevare che il Cretti fornisce – fra l’altro – e a modico prezzo i seguenti utilissimi articoli:
         1) GIARRETTIERE ED ALTRI ELASTICI PER DONNE: a protezione, dunque, della venustà nonché del pudore femminile, il quale se è – come si lamenta – alquanto in ribasso, ancor più allarmante lo sarebbe ove gli venisse a mancare, in delicato frangente, l’aiuto e il sostegno dei sulludati ornamenti.
         2) PETTINI: i quali, essendo manufatti di autentiche corna, servono precipuamente a utilizzare e smaltire una materia prima di notevole superproduzione, e tuttavia tendente a sempre più infrenabile sviluppo e ascesa.
         3) BOTTONI: d’ogni specie e misura: per donne e bottoni da uomo, oggi più che mai richiesti, non solo da chi ne difetta, ma anche da chi, pur essendone ben provvisto, se li vede così frequentemente rompere per un nonnulla (come le Vostre Signorie hanno potuto – anche per via della presente – constatare).”
        “Per tutto quanto sopra abbiamo, dunque, fondata fiducia che le Signorie Vostre non lascerete delusa la speranza, che è fortemente nutrita (pare incredibile!) dal nostro pur così denutrito Segretario Capo e con vive azioni di grazie e con ogni osservanza sottoscriviamo:
         Dalla Sede Urbana con acqua corrente, addì 11 aprile 1940
         p. IL PRESIDENTE
         S. Sanmartino”
 
         Un vero capolavoro di ironia là dove si parla di abolizione non della raccomandazione ma della parola raccomandazione; di poesia fatta di creta dissimulata; di pudore femminile in ribasso; di corna concrete dei pettini e di quelle più numerose seppur metaforiche; di bottoni per donne e per uomini costantemente rotti.
         Salvatore Sanmartino firmò “per il Presidente” dal momento che lo Statuto dell’Accademia del Parnaso sancisce che “presidente unico ed eterno” del sodalizio rimane l’oste-fondatore don Ciccio Giordano.
         Quale la conclusione della vicenda? Si è scritto finora che il ricorso, grazie anche alla disponibilità del podestà del tempo, l’avvocato Angelo La Vecchia, sarebbe stato accettato e il Cretti avrebbe ripreso la sua attività. Sarebbe stata una conclusione bella e, possiamo dire, parnasiana.  
         Le cose, però, andarono diversamente e ciò risulta, con assoluta certezza, da documenti solo di recente pubblicati. La vicenda del ritiro della licenza, oltre agli aspetti amministrativi, ebbe anche conseguenze in sede giudiziaria.
         In data 28 maggio 1940 – A XVIII, il Pretore del Mandamento di Canicatti, a seguito del procedimento penale “a carico di Cretti Pietro di N.N., nato a Canicattì il 19 giugno 1889 e della Secolare Accademia del Parnaso in persona del suo legale rappresentante avv. Salvatore Sammartino” (così è scritto nel documento ma l’esatta scrittura del cognome è Sanmartino – N.d.a.), con le seguenti imputazioni: “Cretti Pietro di contravv. agli art. 3 del R.D.L. 5-2-1934 n. 327 e art. 669 C.P. per avere esercitato la vendita ambulante di mercerie con la licenza podestarile scaduta e non sottoposta al visto annuo del podestà, il 2° (Sanmartino N.d.a.) quale civilmente obbligato per l’ammenda;                        “CONDANNA l’imputato Cretti Pietro alla pena di lire cento di ammenta (sic!) multa ed alle spese di procedimento, compresa la tassa del presente in L. 35 per ciascuno”. Firmato: Il Cancelliere Di Falco, Il Pretore Testasecca.
         La notifica del provvedimento fu consegnata, in data dieci giugno 1940, proprio alla “Secolare Accademia del Parnaso in persona del suo legale rappresentante avv. Sammartino Salvatore… nelle mani di Ciuni Angelina addetta alla casa”.
         Non sappiamo se, a seguito del pagamento dell’ammenda, Pietro Cretti abbia ottenuto dal Comune una nuova licenza.
         Una conclusione, dunque, diversa da quanto narrato finora ma con un risvolto davvero interessante: un’Accademia di buontemponi veniva riconosciuta come soggetto giuridico.
         Pietro Cretti, a parte questa dolorosa vicenda, fu ben lieto di svolgere il ruolo di segretario di un’Accademia prestigiosa, in cui, pur volendolo, non sarebbero mai entrati alcuni personaggi di primo piano. Nel marzo del 1950, narra un filmato della Settimana Incom, il futuro ministro e presidente del Consiglio Adone Zoli, appena eletto vice presidente del Senato, confidò al suo vicino di banco Salvatore Sanmartino: “La mia più grande aspirazione, però, rimane sempre quella di essere ammesso al Parnaso Canicattinese”. Purtroppo non fu accontentato.
         E, certamente non per questa “delusione”, proprio Adone Zoli, da ministro di Grazia e Giustizia del settimo governo presieduto da Alcide De Gasperi, avrebbe posto la parola fine alla richiesta dei canicattinesi di avere nella propria città un Tribunale. L’undici aprile 1953, con un telegramma inviato al presidente dell’ordine degli avvocati e procuratori legali di Agrigento, avv. Mario Bonfiglio, comunicava – come vedremo meglio più avanti – che la revisione generale delle circoscrizioni giudiziarie era “un problema non attuale” (Giornale di Sicilia, 23 aprile 1953).
 
GAETANO AUGELLO