Tra i nomi più diffusi a Canicattì c’è quello collegato alla figura di questo santo, un tempo assai venerato in città a San Domenico, la chiesa attigua al convento dei Padri Predicatori. Uno dei tanti retaggi della dominazione spagnola in Sicilia. Così come la scelta di un altro santo spagnolo – San Diego d’Alcalà – a protettore della città.
         La venerazione per San Vincenzo Ferreri si diffuse in tutta la Sicilia e in particolare nell’arcidiocesi di Agrigento. Si pensi che la prima cassa rurale di ispirazione cattolica – fondata a Calamonaci nel 1895 – fu intitolata proprio al santo domenicano.
         Vincenzo Ferreri, monaco di Valencia, visse tra il 23 gennaio 1350 e il 5 aprile 1419.
         Fino ad alcuni decenni fa, la sua festa era celebrata solennemente a Canicattì non il 5 aprile – ricorrenza liturgica secondo il Martirologio Romano – ma la terza domenica di settembre, a cura dei mastri muratori.
         Il santo, infatti, è considerato protettore dei muratori e dei costruttori perché avrebbe compiuto uno dei suoi numerosi miracoli proprio in favore di uno di loro.
         Camminando un giorno per strada avrebbe sentito – si narra – le urla di un muratore che stava cadendo dal ponteggio di un edificio in costruzione: “Aiuto! Aiuto!”. Il frate rispose: “Aspetta! Prima debbo andare a chiedere al padre guardiano il permesso per salvarti”. Andò, ottenne l’autorizzazione, tornò e benedisse il povero muratore che risalì sul ponteggio sano e salvo.
         La statua di San Vincenzo Ferreri – venerata nella chiesa di San Domenico a Canicattì – è opera dello scultore palermitano Nicolò Bagnasco. Dello stesso artista sono presenti a San Domenico anche le statue del Bambino Gesù detto di Capodanno e della Madonna del Rosario.
         Pochi, però, sanno che a San Domenico le statue di San Vincenzo Ferreri erano – fino a qualche anno fa – due: quella più pesante rimaneva sempre nella nicchia dell’altare a lui dedicato; la seconda, più leggera, era custodita nella sagrestia da dove usciva soltanto una volta all’anno – appunto la terza domenica di settembre – per essere condotta in processione.
         La cappella di San Vincenzo Ferreri non subì danni in seguito al crollo del soffitto di San Domenico avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1962.
         In passato la statua di San Vincenzo Ferreri veniva portata in processione – unitamente a tante altre – in particolari circostanze negative che spingevano la popolazione ad implorare la protezione celeste.
         Ciò accadde in particolare nel 1837. Nel mese di luglio si manifestò l’epidemia del colera. Il 4 agosto – giorno di inizio delle Sante Quarantore – la statua del santo fu portata dalla chiesa di San Domenico nella Chiesa Madre, unitamente alla statuetta di Santa Rosalia – dalla chiesa della Madonna della Rocca – ed alla statua di San Sebastiano dalla chiesa di San Diego.
         Lo stesso giorno morirono 30 persone. Il 6 agosto fu portata in Matrice anche la statua di San Calogero. L’indomani morirono altre 36 persone.
         In altri momenti – in particolare il 12 aprile 1846 – la statua di San Vincenzo – insieme a tante altre – fu portata in processione per implorare la pioggia.
         Queste manifestazioni religiose – che spesso sconfinano nella superstizione e perfino nella idolatria – sono state severamente stigmatizzate dal canicattinese Angelo Ficarra, uomo di profonda religiosità e straordinaria cultura – vescovo di Patti per un ventennio – nel suo “Meditazioni vagabonde”: “Se il santo non fa la grazia diventa un nemico: “San Giuseppe non ha concesso la tale grazia? Gli sia tolta la lampada. San Vincenzo Ferreri non ha rinnovato il miracolo di sostenere in aria il muratore nostro parente? Voltiamogli le spalle. Il Crocifisso non ha liberato da quella malattia un nostro fratello? Togliamolo dal suo posto e mettiamolo in un armadio”.
         E, forse, anche per questo l’insigne prelato fu destituito – il 2 agosto 1957 – da vescovo di Patti ed esiliato – fortunatamente solo in metafora – nella diocesi paleocristiana di Leontopoli di Augustamnica, nel delta del Nilo… “in partibus infidelium”.
 GAETANO AUGELLO