L’aveva detto, il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, l’altro giorno, dopo il messaggio trasmesso attraverso il suo legale: «Totò Riina vuole dirci qualcosa. E’ abbastanza chiaro che quel suo messaggio era diretto a noi, ai titolari delle indagini sulle stragi: i magistrati di Caltanissetta». E così, oggi, quei magistrati che indagano sulle autobombe di Capaci e di via D’Amelio andranno a trovarlo nel carcere di Opera, a Milano.
Sono passati tredici anni dall’ultima volta di Riina di fronte ai magistrati. Era il 22 aprile del 1996, aula bunker di Firenze. L’allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, e quello di Palermo, Giancarlo Caselli, provarono a farlo parlare. Neppure il tempo di finire la prima domanda che Totò Riina interruppe Vigna: «Dottore, la prego si fermi lì…». Niente da fare: «Lei ha sbagliato persona… la prego di risparmiare il fiato… mi faccia il piacere io non parlo, io ho il diritto di non rispondere… non vorrei fare il maleducato…».












