Ci sono esponenti del clan Cintorino e dipendenti dell’azienda Aimeri Ambiente di Milano che lavorano nel Catanese tra i 27 destinatari di ordini di custodia cautelare emessi nell’ambito dell’operazione ‘Nuova Ionia’ della Dia e della Procura di Catania sulle infiltrazioni della mafia nel ciclo dei rifiuti nelle province del capoluogo etneo, Enna e Milano.
L’attività investigativa ha “permesso di ipotizzare l’infiltrazione di elementi di spicco della criminalità organizzata nell’attività di gestione dei rifiuti facente capo alla Aimeri ambiente, quale aggiudicatrice dell’appalto bandito dall’Ato CT1 Joniambiente”, come spiega la Procura.
Oltre ai 27 arresti, sono indagate 16 persone tra amministratori e funzionari pubblici ed è stata disposta l’acquisizione di documenti in 14 Comuni ionici, nonché controlli in aziende e società d’ambito del settore, alle quali non è contestato alcun reato.
Dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catania sarebbe emerso il ruolo di primo piano dei fratelli Alfio e Salvatore Tancona e di Roberto Russo, considerati ai vertici del clan Cintorino alleato con la cosca Cappello di Catania. La Dia avrebbe accertato “irregolarità nei servizi di igiene pubblica che avrebbero consentito all’organizzazione di lucrare rilevanti vantaggi di natura economica”.
In particolare, sostiene l’accusa, “attraverso la falsificazione dei formulari di raccolta e conferimento in discarica della differenziata. E il “ricorso a procedure di somma urgenza per favorire ditte riconducibili all’organizzazione mafiosa”.
La Procura indaga anche sulla sospetta “inerzia di talune pubbliche amministrazioni, nell’assenza di controlli sostanziali. Sono oggetto di indagini gli interventi per le assunzioni a tempo determinato da persone segnalate da Russo”.
L’inchiesta ha permesso di scoprire che il gruppo criminale era in possesso di armi, e usava un poligono per testarle, e che gestiva, con una rete di giovani spacciatori, un traffico di droga nel settore turistico dell’alto Ionio etneo e taorminese.
Il boss quarantottenne Russo, ex responsabile operativo dell’Aimeri Ambiente, detenuto per altri reati e vicino alla cosca Cappello-Bonaccorsi, era stato arrestato nel maggio dello scorso anno assieme allo storico capomafia Giuseppe Garozzo. Dopo la sua cattura furono compiuti degli attentati incendiari contro il cantiere della Aimeri di Macchia di Giarre in cui andarono distrutti circa 50 mezzi. A Russo e ad altri tre presunti appartenenti alla cosca Cintorino sono stati notificati ordini cautelari per associazione mafiosa.
Un provvedimento restrittivo per associazione a delinquere semplice è stato poi emesso per alcuni dipendenti dell’Aimeri Ambiente: Alfio Acquino, di 60 anni, Francesco Caruso, di 48 anni, e per l’ex direttore per la Sicilia orientale della società, Alfio Agrifoglio, di 59 anni. Lo stesso reato è contestato a Roberto Palumbo, di 53 anni, responsabile tecnico della discarica di Sicilia Ambiente Enna, e al coordinatore dello stesso sito di Val Dittaino, Gaetano La Spina, di 44 anni, e a un dipendente del Comune di Fiumefreddo di Sicilia e ex lavoratore dell’Ato Joniambiente di Giarre, Giuseppe Grasso. Ad Agrifoglio, Russo, Palumbo, La Spina, Caruso e Grasso sono contestati anche i reati di truffa aggravata e attività organizzata per il traffico di rifiuti.
C’è anche il sindaco di Mascali, Filippo Monforte, tra gli indagati. Il reato ipotizzato nei suoi confronti è corruzione. Per il momento non ho alcunchè da dire – ha commentato – sentiamoci domani”. Nello stesso Comune sono indagati anche l’assessore ai Lavori pubblici, Rosario Tropea, e il dirigente responsabile del settore, Bruno Cardillo. Indagato anche l’ex assessore all’Ambiente del Comune di Giarre, Piero Mangano.
All’operazione hanno partecipato circa 250 investigatori di Dia, polizia di Stato, carabinieri e guardia di finanza con agenti del reparto volo della polizia di Reggio Calabria e unità cinofile. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione mafiosa, associazione per delinquere, traffico di rifiuti, traffico di sostanze stupefacenti, traffico di armi aggravato dal metodo mafioso e truffa aggravata ai danni di ente pubblico.
Tra Procura e il gip di Catania ci sono state divergenze: alcuni reati sono stati derubricati, senza l’aggravante dell’associazione mafiosa ed escludendo anche il concorso esterno, e richieste di arresto sono state poi rigettate. L’indiscrezione è stata confermata dallo stesso procuratore capo Giovanni Salvi durante la conferenza stampa: “Questo fa parte della normale dialettica tra uffici giudiziari”.
Contro il rigetto dell’emissione di provvedimenti cautelari, che riguarderebbero anche alcuni amministratori e funzionari pubblici, la Procura ha presentato ricorso al Tribunale del riesame. Il procuratore capo ha sottolineato di “non avere chiesto il sequestro dell’Aimeri Ambiente” ma che il gip ha fissato un’udienza camerale per “la contestazione della responsabilità amministrativa” nei confronti della società e di Siciliambiente e Alkantara 2001. Se la richiesta dovesse essere accolta le tre aziende sarebbero commissariate “per evitare il loro eventuale cattivo utilizzo”.
I 27 arresti di questa mattina a Catania “confermano come la mafia abbia individuato nel ciclo dei rifiuti uno dei settori più floridi di business sia al Sud che al Nord Italia”. Lo rileva Legambiente spiegando che secondo i dati emersi dal rapporto ‘Ecomafià, il giro illegale dei rifiuti è infatti di almeno 4,1 miliardi di euro l’anno di cui 3,1 derivano dai rifiuti speciali e un miliardo dagli appalti nella gestione dei rifiuti solidi urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa.
Un mercato d’affari, osserva il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza in una nota, “che si alimenta anche attraverso l’infiltrazione nella gestione legale del ciclo dei rifiuti inquinandolo e minacciando così la salute dei cittadini”. Con l’operazione di oggi – ricorda Legambiente – le inchieste per traffico organizzato di rifiuti, ex. Art. 260 Dlgs 152/2006, diventano 205.
“La penetrazione mafiosa, anche grazie a complicità di vari livelli, – aggiunge Cogliati Dezza – inquina tutti gli aspetti della filiera dei rifiuti, l’ambiente e l’economia del Paese. Per questo non bisogna abbassare la guardia ed occorre continuare, senza indugio e attraverso azioni concrete, la lotta al traffico illegale intensificando i controlli su tutto il territorio nazionale. Infine, fondamentale è l’incentivazione di buone pratiche che coinvolgano tutta la filiera del riciclo dei rifiuti”.
Le 205 indagini per traffico organizzato sui rifiuti “hanno comportato 1.289 ordinanze di custodie cautelari, 3.852 denunce e sono state 689 le aziende coinvolte. Le procure che hanno indagato sono state 89 coinvolgendo tutte le regioni d’Italia, ad eccezione della Valle D’Aosta, ed anche 25 Paesi esteri”.
“La mafia – afferma il presidente di Legambiente Sicilia Mimmo Fontana – ha continuato ad inquinare il sistema dei rifiuti anche dopo il passaggio dalla gestione dei comuni a quella degli ATO ed è evidente che questo può avvenire solo grazie alla complicità dei colletti bianchi, amministratori e funzionari. Chiediamo alla nuova Assemblea regionale siciliana di istituire al più presto una commissione parlamentare d’inchiesta che ricostruisca anche le responsabilità politiche di un fallimento che sembra ad oggi non avere colpevoli nè, tanto meno, soluzioni”.
La Aimeri Ambiente, con riferimento all’inchiesta Nuova Ionia della Procura di Catania, dichiara “la più totale estraneità rispetto alla vicenda, considerandosi con tutta evidenza parte lesa ed annunciando la propria costituzione in giudizio come parte civile”.
L’azienda precisa, inoltre, che “le persone colpite dai provvedimenti giudiziari sono dipendenti ed ex dipendenti con mansioni di secondo piano e che comunque risponderanno personalmente dei reati per i quali sono accusati, alcuni reati addirittura completamente estranei all’attività svolta dalla società”.
“Infine – si legge in una nota – si evidenzia che l’equivoco sul presunto coinvolgimento dell’azienda, diffuso erroneamente da alcune fonti di informazione, comporta già da ora un danno gravissimo per Aimeri ambiente che si riserva di agire per la piena tutela dei propri diritti e della propria immagine”. La società Aimeri Ambiente si dice “pronta a garantire, come sempre, la massima disponibilità a collaborare con le Autorità competenti per fare luce sulle gravi vicende di cui ancora, tuttavia, non conosce nel dettagli i particolari”.
La Aimeri Ambiente, con una successiva nota, è intervenuta sul tema delle procedure di assunzione del personale. “Ogni qualvolta la società si aggiudica una commessa – precisa – è obbligata per legge(Art.6 del Cnl di settore) a assumere tutto il personale dipendente in forza alle aziende cessanti che precedentemente effettuavano il medesimo servizio. Ne consegue che anche l’assunzione di tutto il personale relativo alla commessa Ato CT1 (Joniambiente), compresi i dipendenti oggetto di misure restrittive, ha seguito, nè poteva essere diversamente, la descritta procedura di legge”.
“Si precisa, inoltre – si sottolinea dalla società – che Roberto Russo rivestiva la mansione di capo squadra, figura quindi di secondo piano, e non responsabile operativo o direttore del personale come è stato erroneamente detto. Gli altri dipendenti coinvolti svolgevano mansioni di operatore ecologico-autista”.
“Si evidenzia che ogni successiva assunzione eventualmente resasi necessaria – osserva l’azienda – è stata anticipata, da parte della Società, da una preventiva dettagliata comunicazione contenente le generalità del candidato inviata alla prefettura di Catania nel rispetto del protocollo di legalità da sempre adottato da Aimeri Ambiente; questo anche per ovviare all’impossibilità legale di chiedere ai competenti uffici, ovvero di pretendere direttamente dall’ interessato, la certificazione antimafia. L’azienda non risponde, ne può rispondere, dell’operato doloso dei propri 4000 dipendenti e sulla base di tutto quanto sopra – conclude la nota – è ferma intenzione della società costituirsi in giudizio come parte lesa per vedersi riconosciuti i danni subiti ivi compreso quello di immagine derivante dai molteplici servizi giornalistici trasmessi sui media locali e nazionali”.











