Non è assolutamente semplice inquadrare una personalità eclettica come quella del Barone La Lomia o meglio Agostino Fausto La Lomia, barone di Renda, Carbuscia e Torrazza, re di Capo La Croce, abate laico della Legazia sicula, ultimo degli arcadi e dei gattopardi. Il quadro che lo ritrae, ci rimanda un viso incorniciato da una folta e fluente barba bianca con tanto di baffoni che si congiungono con i favoriti ed i capelli sulle spalle a renderlo più imponente; il cappello di paglia con una penna ( di gallina direi) ombreggia gli occhi che pur essendo quasi sorridenti, nascondono un velo di profonda tristezza percepibile dall’osservatore più attento. L’abito ed il mantello che lo copre non sembrano rivelare una rispondenza con quanto tutti i suoi titoli preannunciano, tranne la croce pesante che riposa sul suo gilet; nell’insieme ha l’aspetto di un ricco possidente terriero in pensione. Eppure quest’uomo, arguto e spiritoso, seppe cogliere della vita il lato più brioso con l’attenzione sempre rivolta però alla speculazione sul mistero della morte. Sicuramente, pur essendo scomparso nel lontano 1978, i racconti delle sue avventure sono ormai leggenda ricca di simpatia e velata sempre da sobrietà e gusto. Non uscì mai fuori dalle righe anzi da gentiluomo seppe contenersi all’interno del riso scaturito dall’osservazione dei fatti della vita vissuti con magnifica eleganza lontana da facili contaminazioni prive di bon ton. Amici viscerali furono due animali: un gatto e un merlo inseparabili compagni delle sue avventure di viaggio anche quando un festival del cinema lo attendeva aTaormina, Venezia, Roma; egli vi giungeva con il suo immancabile fiore bianco all’occhiello ed il nobiliare seguito composto da “S.E. il Referendario Paolo Annarino”o gatto e “ Don Turiddu Capra, duca di Santa Flavia e Merlo”, l’uno in una gabbia di vimini l’altro in una di ferro; non sarebbe mai mancato a questi appuntamenti in cui amava anche circondarsi di stelline del cinema dimostrando grande sensibilità al fascino femminile. Tutto ciò finché sul “Giornale di Sicilia” non apparve un necrologio dettato dal merlo il quale riferiva del triste decesso del caro amico, padre e fratello Paolo miserevolmente travolto da un pirata della strada. Ai funerali seguì la tumulazione con tanto onore. Non era tutto ciò legato ad una visione bizzarra e stravagante della vita ma ad una considerazione, seppur originale, dei grandi temi del percorso umano in cui grandissimo valore assumeva la bellezza femminile che egli valutava come dono di cui gli uomini potevano bearsi senza volerne il personale possesso bensì accettandola a mò di privilegio da condividere come spettacolo globale per cui non a caso era un fedelissimo delle attività mondane, specialmente cinematografiche, in cui poteva incontrare e bearsi della beltà muliebre di preferenza d’età giovanile. Il fascino estetico aveva indubbiamente una fortissima presa sul Barone che si beava nella visione di tutto ciò che il creato può offrire agli uomini. Il pensiero della morte gli fu fedele compagna ma non ammantata di tristezza, al contrario prevedeva un suo funerale con partecipazione gioiosa di invitati cui offrire gelati e musica bandistica che avrebbe reso una certa festosità nel momento del distacco terreno. In ciò non vi era che l’antica esorcizzazione così diffusa nel nostro sud dell’esiziale umano evento estrinsecata con il cibo che assume il valore di consolazione e conforto per coloro che restano ed accompagnano il defunto nell’estrema dimora; una diade cibo e morte che si toccano per intonare una sorta di inno alla vita presente nella storia dell’uomo fin dai primordi. La realtà delle sue esequie fu purtroppo molto diversa. Fu uomo di cultura tant’è che narrazioni di storie canicattinesi si sono tramandate grazie alla sua penna e non si può dimenticare l’Accademia del Parnaso di cui fece parte insieme ad illustri nomi quali Pirandello,Gentile, Marinetti, Abba, Musco tutti riuniti sotto l’egida dell’asina alata per fare satira politica e sociale castigando la disonestà e la stoltezza. “ Castigat ridendo mores”in un momento politico però, quello fascista, in cui poter parlare liberamente era impresa difficile e rischiosa. Insomma chi lo conobbe ebbe per lui simpatia e tenerezza vivendo le sue eccentricità con la più benevola tenerezza poiché lo spirito che lo animò non fu mai sterile conseguenza dettata dall’uggia ma precisa filosofia animata dal grandissimo amore per la vita e per gli esseri viventi che la popolano.
Maddalena Rispoli
















