La Chiesa scende in piazza a fianco degli operai della Fiat a Termini Imerese. E lo fa in modo ufficiale, invitando i fedeli a uscire dalle proprie abitazioni e a partecipare alla mobilitazione generale in programma giovedì, alla vigilia del vertice al Mise sul futuro dello stabilimento. In modo un pò irrituale, i parroci hanno affidato il loro appello a un comunicato congiunto, rivolto “a tutti gli uomini di buona volontà” indirizzato ai parrocchiani e a tutti i cristiani. “Vi chiediamo di partecipare e di far partecipare le persone che incontrerete>>, scrivono, “certi che il Signore non delude le speranze del popolo che lo invoca con fiducia”. E un appello è stato inviato anche al premier Letta, a firmarlo, assieme ai metalmeccanici locali e al sindaco di Termini Imerese, è l’arciprete Francesco Anfuso, da anni impegnato a fianco delle famiglie degli operai.
Di fronte a una bomba sociale pronta a esplodere, con 1.200 lavoratori coperti dalla cassa integrazione fino a fine giugno poi lo spettro del licenziamento, i parroci hanno deciso di agire senza tentennamenti. Lo hanno fatto dopo avere “ascoltato i bisogni di donne e uomini delle nostre comunità, che ormai giunti allo stremo, danno segni evidenti e inquietanti di sofferenza, la quale in questi ultimi giorni è diventata sempre più ingovernabile”. I preti ricordano che il giorno dopo la manifestazione “si svolgerà un incontro a Roma al ministero dello Sviluppo economico che potrebbe essere decisivo per la risoluzione della vicenda Fiat, madre del progressivo dissesto economico della nostra zona: ormai si è alla vigilia del licenziamento dei 1200 operai”.
“La crisi che attanaglia il nostro comprensorio è diventata sempre più grave – scrivono i parroci – noi cristiani, siamo chiamati ad agire, ad operare per il bene nostro e dei nostri figli. È in gioco il futuro dei nostri paesi, delle nostre famiglie. Non possiamo e non dobbiamo rimanere immobili, senza lavoro non c’è futuro”.
Nella lettera al premier Letta, i firmatari ricordano gli ultimi passaggi della vertenza, chiedendo a Palazzo Chigi di prendere in mano la situazione. “Nel dicembre del 2009 il governo prese atto del piano industriale di Fiat presentato da Sergio Marchionne, nonostante prevedesse la cessazione dell’attività produttiva dello stabilimento di Termini Imerese – si legge nella missiva – La chiusura sarebbe stata affrontata e risolta al tavolo di crisi che venne istituito presso il ministero dello Sviluppo. Ad oggi, quattro anni dopo del drammatico annuncio, la soluzione non c’è”.
E il 31 gennaio scorso, nella riunione al Mise, “è emerso un dato preoccupante, la palese ammissione da parte di Invitalia del fallimento del piano di reindustrializzazione dell’area di Termini Imerese avviato nel 2009: non è stato impegnato a oggi un solo euro e non ci sono manifestazioni di interesse esecutive da qui a 36 mesi”.
“Il governo da lei guidato – si rivolgono così a Letta i firmatari della lettera – deve chiedere a Fiat di ricercare una missione produttiva per lo stabilimento in seno al comparto dell’automotive”. E “questo è possibile anche perché i lavoratori di Termini Imerese sono a pieno titolo dipendenti di Fiat e della Magneti Marelli e oltretutto gli impianti produttivi siciliani sono pienamente funzionanti e pronti alla ripartenza. Il grande processo di fusione con Chrysler può e deve riservare questa opportunità”.












