Nella contraddittoria Canicattì, che vede costruire nuove Chiese capaci di contenere centinaia di fedeli e, al contempo, vede chiudere vecchie bellissime Chiese prive di preti e di fedeli, continua la propria missione sacerdotale un prete di quelli che siamo soliti chiamare “preti all’antica”.
Parlo di don Mimì Di Naro. La Chiesa è la Rettoria dedicata alla Madonna del Carmelo, conosciuta come la “Chiesa del Carmine”, per molti anni chiusa al culto perché priva di un prete che se ne occupasse.
Questo gioiello dell’architettura religiosa di Canicattì venne fondata nel 1725 sui ruderi di una Chiesa costruita nella prima metà del 1500, sorge a cinquanta metri dalla piazza IV Novembre..
Anche essa, come altre Chiese nel passato ed altre ancora, che su tale strada sembrano incamminarsi, ha rischiato di passare nel cimitero dei ricordi, offesa dall’abbandono che colpisce gli edifici religiosi, anche quelli che hanno notevole valore storico ed artistico, quando non v’è interesse a curarli forse perché troppo piccoli e ubicati in quartieri scarsamente abitati. E, soprattutto, quando si attivano programmi e si destinano notevoli risorse finanziarie per la realizzazione di nuove grandissime Chiese. Iniziative queste che, è ovvio, concorrono all’abbandono ed al consequenziale degrado delle Chiese antiche.
Da circa sette anni, grazie a don Mimì Di Naro, la “Chiesa del Carmine” si propone come vitale luogo sacro aperto ad accogliere i pochi fedeli del quartiere ed i tanti, tantissimi fedeli che da diverse parti della città vengono qui a pregare e ad ascoltare la Messa. In particolare ogni sabato sera e la domenica è spesso difficile trovare posto nei pur numerosi banchi distribuiti, sempre con inappuntabile ordine, nell’unica navata della Chiesa che, è bene precisarlo, è sempre aperta ogni giorno della settimana per accogliere i numerosi fedeli, nonostante nel quartiere che si sviluppa intorno alla Chiesa le famiglie che vi risiedono si contano sulle dita di due mani.
Don Mimì è un prete volitivo, paterno come i “preti all’antica”, capace di spiegare con la semplicità apostolica la parola di Dio per farla arrivare in modo diretto al cuore e alle menti dei fedeli che, sempre più numerosi, affollano la Chiesa. Quella Chiesa dove, come un diligente custode, egli è quotidianamente presente ed operativo per curare le anime dei fedeli ma anche per occuparsi delle mura e degli addobbi di questo gioiello dell’architettura religiosa della nostra provincia. In ciò coadiuvato da diversi parrocchiani che egli ha saputo coinvolgere nella cura materiale della Chiesa.
In questi giorni, don Mimì ha voluto accogliere nella “sua” Chiesa la bellissima statua di Gesù Morto, prima che essa venga portata in processione, il Venerdì Santo, lungo le strade della città, sino al Calvario ed approfittando della circostanza che la Chiesa del Purgatorio – dove il simulacro viene esposto al culto dei fedeli per antica a mai interrotta tradizione – ospita in questi giorni una mostra d’arte. Ma la processione al Simulacro, in verità, è già cominciata nella Chiesa del Carmine, divenuta in questi giorni continua meta di fedeli.
Da quando, alcuni anni fa, per raggiunti limiti d’età, è andato in pensione dalla sua funzione di parroco di San Diego, don Mimì ha preso sotto le proprie cure due storiche Rettorie della nostra città: la settecentesca Chiesa di San Giuseppe in Corso Umberto e, appunto, la Chiesa del Carmine.
Il merito va anche alla Curia di Agrigento per la opportuna decisione presa qualche anno fa nell’affidare ad un così diligente prete la gestione di questa Chiesa impedendo, in tal modo, che una così preziosa esperienza sacerdotale ed una così elevata capacità di amministratore andassero disperse così come sarebbe stato inevitabile il degrado di uno dei più antichi luoghi di culto della nostra città.
In una Chiesa povera di preti perché v’è carenza di vocazioni è assai significativa l’attività di preti come don Mimì Di Naro poiché essi hanno la capacità di far rinascere buoni sentimenti nelle persone rivitalizzando i luoghi sacri e facendo spesso riconciliare gli uomini con la Chiesa attraverso la semplicità della parola e la sensazione concreta della francescana povertà quale forza del messaggio divino.
Tale attività si integra con quelle altre attività, forse anche socialmente più utili e spesso insostituibili, di preti (Don Giuseppe Argento, per fare un esempio) che ogni giorno, in altre Parrocchie di Canicattì (Santa Lucia, per fare un altro esempio), assistono con amore e con rara generosità i più deboli, coloro i quali dalla vita hanno ricevuto poco.
L’auspicio che si continui nel prestare particolare attenzione alle Chiese antiche della nostra città (la Chiesa del Purgatorio e quella degli Agonizzanti, per citarne solo due), anche col sacrificio personale di preti volenterosi, non deve essere disgiunto dall’apprezzamento per quello che il clero di Canicattì fa quotidianamente. E’ auspicabile che proprio dal clero locale possa venire un concreto contributo non soltanto per la cura delle anime ma anche per il mantenimento dei luoghi di culto più antichi – anche se di piccole dimensioni – che, purtroppo, si vedono penalizzati dall’avvenuta costruzione di nuove Chiese che assorbono molti impegni organizzativi e ingenti risorse finanziarie per il loro funzionamento.
La via verso Dio passa soprattutto attraverso la cura ed il rispetto delle cose e dei luoghi sacri esistenti senza la necessità di inutili sfarzose opere (non mi riferisco, ovviamente, alle nuove Chiese della nostra città) che non di rado sono incompatibili con le vere finalità del messaggio apostolico.












