Riprendono le trattative romane per il petrolchimico di Gela. Dovrebbero chiudersi presto, perché la bozza di accordo ha ricevuto un assenso di massima. A Gela, tuttavia, prevalgono lo scetticismo, lo scontento, l’insofferenza. Si diffida di tutto e di tutti.
L’impotenza provoca frustrazioni, ira, pessimismo. Gela deve tenersi la fabbrica, che non ama più. L’idillio è finito da decenni. La città e il petrolchimico si guardano in cagnesco, non si sopportano. E chi sta nella “pancia” della fabbrica, vive la lacerazione fra i bisogni della città e quelli della fabbrica, che non coincidono affatto.
Le voci di dentro sono le più severe. Tanti sospetti, poca fiducia. Il consiglio comunale potrebbe perfino vietare al sindaco di approvare l’accordo con l’Eni. Che manifesterebbe grande vitalità e buone intenzioni a Livorno e Sannazzaro, ma non a Gela. L’Eni non può fare i bagagli, dicono, perché altrimenti dovrebbe ripristinare i luoghi, rimettere tutto a posto.
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