POLIZIAAUTO-365x278Nella sua immensa bontà da Lassù lo avrà perdonato. Ne siamo certi. Ma un delinquente che si fa chiamare Padre Pio meriterebbe un peggioramento della pena. A tutto c’è un limite, che diamine. Ma tant’è. La squadra mobile di Catania ha arrestato Daniele Cadiri, il sedicente santo, e altri 25 compari. Tutti pregiudicati, tutti catanesi, la maggior parte con tanto di soprannomi di vario genere: Talebano, Macchinetta, Nino Trippa e via così fino a Petru ‘u latru (l’elenco completo di nomi e soprannomi qui), al quale bisogna dare il merito dell’onestà, si fa per dire, visto che almeno ha scelto lo pseudonimo giusto.

Perché gli arrestati sono accusati di associazione per delinquere finalizzata ai furti, alla ricettazione, al riciclaggio ed alle estorsioni. I 26 criminali erano divisi in 4 distinti gruppi radicati in altrettanti quartieri di Catania, cioé Picanello, Cibali, Trappeto-Balatelle e Capuccini. Il nome dato all’operazione, Auto Market, fa comprendere bene il settore che prediligevano, il furto di vetture. Ovviamente non si limitavano a rubare. Facevano molto di più. Il metodo utilizzato è ormai noto, quello del cosiddetto cavallo di ritorno. Dei professionisti del cavallo di ritorno, Trippa&Co. C’era quello che rubava il mezzo e quello che si occupava di individuare e avvicinare il proprietario per estorcergli denaro in cambio di quanto gli era stato sottratto. Una volta ottenuta la somma concordata (non meno di 500 euro, ma per alcuni mezzi di lusso la richiesta è stata più alta almeno del doppio), ladro e estortore si dividevano quanto scucito alla vittima.


Per comunicare fra loro i delinquenti usavano un lessico concordato, col quale speravano di non essere smascherati dalle intercettazioni telefoniche e ambientali degli agenti. Per esempio, i numeri delle targhe erano definiti “codici fiscali”, la via dove andare a rubare o dove era stato commeso il furto era comunicato con la frase “ci sei passato dalla via…per andare a trovare tizio” e la vettura rubata la chiamavano “sportello” o “cavallo”.

Insomma, la mobile ha scoperto un sistema perfettamente oleato, con la base operativa a Catania e ramificazioni in tutta la provincia e oltre, a Enna, dove era stata stabilita la zona riservata al riciclaggio delle vetture che non venivano sfruttate per estorcere denaro col cavallo di ritorno. Vere centrali per lo smantellamento e la vendita dei pezzi, quelle scoperte nell’ennese. Per arrestare Franceso Munzone, è stata necessaria la collaborazione della mobile di Napoli, visto che il pregiudicato si era rifugiato in Campania. All’appello mancano due componenti dell’organizzazione criminale, attualmente latitanti.

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