banca-ditaliaOrmai manca poco alla riforma delle Banche di Credito Cooperativo. Entro poche settimane Federcasse (Associazione che raggruppa circa 380 banche di credito cooperativo in Italia) dovrà presentare una bozza di autoriforma alla Banca d’Italia e al Ministero della Economia. Il fatto che le banche di credito cooperativo siano uscite dal recente decreto “banche popolari” del governo Renzi ha ridato parziale tranquillità al sistema che ora è impegnato in numerosi dibattiti e convegni finalizzati a minimizzare, stante a quanto dichiarato da diversi amministratori, i danni potenziali che il processo di riforma “imposto” potrebbe causare.
Ma viene da chiedersi. Questa riforma tanto voluta dall’Istituto di via Nazionale sarà un bene o un male per il futuro delle BCC?
Vediamo in sintesi in cosa dovrebbe consistere questa riforma. Si dovrebbe andare verso la costituzione di una o più capogruppo bancaria in forma di società per azioni nella quale le singole Bcc   partecipanti manterrebbero, in larga misura, denominazione, assetto territoriale e gradi di autonomia rilevanti ma più limitati rispetto a quelli attuali guadagnando, di contro, una rete di protezione fornita dalla capogruppo. Quest’ultima fornirebbe servizi ma soprattutto eserciterebbe una parte importante di controlli sulla liquidità aziendale, sulle eventuali esigenze di capitalizzazione delle singole banche il tutto finalizzato al rafforzamento patrimoniale delle banche medesime attraverso il perseguimento di maggiori livelli di efficienza, trasparenza e redditività.
A dirla con la Banca d’Italia la promossa riforma non potrà che avere effetti positivi sull’intero sistema delle BCC e ciò, in particolare, se si considerano le numerose sollecitazioni fatte negli ultimi anni dai massimi esponenti della Banca d’Italia i quali, seppur esaltando il fondamentale ruolo che le banche di credito cooperativo hanno per il territorio, da sempre  considerate entità fondamentali per l’assistenza economica alle comunità locali, in numerosi interventi istituzionali non hanno mancato di sottolineare gli elementi di fragilità e di inefficienza che persistono in di questo tipo di banche.
In questa sede citiamo l’ultimo intervento, in ordine temporale, di Carmelo Barbagallo, (capo della vigilanza di via Nazionale) tenuto   a Bolzano lo scorso 12 febbraio nell’ambito di un incontro tenutosi presso la Federazione delle cooperative Raiffeisen.
Nel corso del Suo intervento il Capo della Vigilanza, nell’evidenziare il ruolo storico e di grande importanza delle banche di credito cooperativo per l’economia della nazione, traccia con chiarezza i profili di criticità che, insieme a quelli congiunturali derivanti dalla ben nota crisi mondiale dell’economia dei paesi più industrializzati, ha portato allo stato di profonda crisi in cui versano numerose banche di credito cooperativo italiane.
Ne riassumiamo i principali:
marcato deterioramento della qualità dei prestiti …”frutto di scelte gestionali e allocative rappresentative di un rapporto a volte non equilibrato con il territorio di insediamento … il legame con il territorio, che teoricamente dovrebbe generare vantaggi informativi in grado di migliorare la selezione del merito di credito, può viceversa comportare condizionamenti tali da compromettere l’oggettività e l’imparzialità delle decisioni di finanziamento “ Questo ha comportato il brusco incremento delle sofferenze (cioè prestiti non restituiti dalla clientela) più che raddoppiate dal 2011 al 214 con livelli più alti di quelli della media del sistema bancario.
inappropriate risposte operative ….”L’aumento della rischiosità del credito e la riduzione dei flussi di finanziamento assumono particolare rilevanza per le banche locali, caratterizzate da modelli di operatività che più che negli altri intermediari dipendono dai ricavi dell’attività di erogazione dei prestiti e dall’andamento delle economie di riferimento. Tuttavia, lo scenario di crisi le ha colte in molti casi impreparate, non in grado di contrastare le vulnerabilità strutturali con appropriate risposte operative, capaci di mantenere nel tempo adeguati livelli di redditività. Negli ultimi due anni i conti economici sono stati sostenuti prevalentemente con i proventi derivanti dalla gestione dei portafogli di titoli di Stato. Nelle BCC, a giugno del 2014, i proventi del comparto titoli hanno rappresentato oltre il 60 per cento del risultato lordo di gestione. E’ mancata la capacità di innovare il modello di attività e di diversificare i ricavi, perseguendo l’ampliamento e l’arricchimento qualitativo dell’offerta di prodotti e servizi, attraverso lo sfruttamento delle potenzialità insite nei legami intensi e di lungo periodo con la clientela”
aumento dei costi operativi….” La maggiore vulnerabilità reddituale delle banche locali dipende dalla rigidità della struttura dei costi. Per le BCC, l’appartenenza a un network e il supporto offerto dalle strutture federative non sembrano aver costituito, specie negli ultimi anni, un vantaggio competitivo. Anche per effetto dei ritardi nella razionalizzazione e nell’ammodernamento delle reti distributive, i costi operativi hanno continuato ad aumentare per tutto il triennio, in controtendenza con gli intermediari significativi e le altre banche meno rilevanti. Ancora a giugno scorso, l’aggregato risultava in crescita del 2,6 per cento”

indeguatezza delle governance…” La capacità di risposta delle banche del territorio appare tuttavia limitata, anche a causa delle debolezze presenti negli assetti di governance. La Banca d’Italia le sottolinea da lungo tempo: (i) scarsa dialettica all’interno dei board e assenza di effettivi contrappesi alle figure apicali, a causa di fattori che limitano la funzionalità degli organi, quali le competenze non adeguate e non abbastanza diversificate, il limitato ricambio, anche generazionale, degli esponenti, il numero elevato di membri; (ii) presenza frequente di conflitti di interesse, cui non corrisponde l’attivazione di efficaci processi interni di prevenzione e gestione; (iii) carenze dei meccanismi di pianificazione, che si riflettono in ritardi e scarsa lungimiranza delle scelte strategiche; (iv) debolezze nell’assetto dei controlli interni che, in assenza di adeguate risorse e professionalità, determinano il disallineamento dell’attività della banca rispetto alle strategie e alle politiche aziendali e ai canoni di sana e prudente gestione. Sempre più spesso tali disfunzioni sfociano in situazioni di dissesto.
Mancato coinvolgimento dei soci…” Un ulteriore aspetto di attenzione è rappresentato dalla qualità e dalla trasparenza del rapporto tra il management delle banche locali, specie cooperative, e le basi sociali. In un contesto che richiede scelte strategiche e gestionali accorte e lungimiranti, riguardanti talora la necessità di considerare operazioni straordinarie, non sempre il management mostra capacità di promuovere il coinvolgimento consapevole dei soci e di neutralizzare conflittualità e inopportuni campanilismi”.
L’intervento si conclude con l’invito al mondo del credito cooperativo italiano ad adottare profili organizzativi analoghi a quelli adottati dallo stesso tipo di banche negli altri paesi europei, modelli che sono risultati più efficienti e più efficaci specie nell’affrontare la crisi economica.
Se quella sopra delineata è la fotografia che la Banca d’Italia fa del sistema attuale delle banche di credito cooperativo la riforma non può che tendere a migliorare per cercare di superare queste criticità. Ma allora perché molti amministratori e manager di queste banche guardano con seria preoccupazione il cambiamento promosso?
Seguendo Le indicazioni del Dott. Barbagallo e riprendendo i profili di criticità riscontrati proviamo ad immaginare perché:
– Perché molto spesso le decisioni di far credito dipendono da scelte “politiche” fortemente orientate alla gestione del potere, per favorire amici e parenti in un continuo “voto di scambio” e di favori che nulla ha a che fare con l’efficienza e la trasparenza?
– Perché talvolta la selezione delle risorse umane da impiegare nelle banche segue più il criterio della “parentopoli nazionale” con situazioni di grave mala gestio dove si giunge al paradosso che in alcune banche di credito cooperativo in crisi si è proceduto a far tagliare lo stipendio ai dipendenti, perché la banca era in difficoltà,  per poi giustificare decine di assunzioni dichiarate inevitabili e necessarie per riuscire a salvare la banca, al solo fine di pagare cambiali sottoscritte a politici, ai potenti delle deleghe in assemblea soci? Peraltro con la beffa che queste manovre hanno ricevuto, talvolta, la santa benedizione di gestioni commissariali animate dalle stesse logiche. Assunzione o coinvolgimento di “Consulenti” di provata (?) professionalità che serviranno a reggere il gioco, sempre lo stesso, di chi riesce a mettere le mani sulla banca? Costruiti   coinvolgimenti normativi che ad arte porteranno ad assumere qualche altro “amico degli amici” ma in possesso di precisissimi requisiti di legge?
– Perché tra i costi operativi segnalati in aumento rispetto alla media del sistema bancario, si corre il serio rischio di mettere mano ai compensi degli amministratori, gettoni di presenza, rimborsi spese, trasferte e quanto altro serve a garantire un discreto incremento del proprio reddito personale?
– Perché se richiamiamo il problema del limitato ricambio generazionale molti rischiano la propria poltrona, dal momento che la maggior parte di presidenti di queste banche superano i settanta anni di età con punte, addirittura, di ottanta e passa? Perché prendere atto che nel mondo la maggior parte dei manager bancari più performanti ha la media di quaranta anni potrebbe mettere in discussione molti pensionati avanti negli anni che hanno fatto della loro indispensabilità un vero e proprio culto della personalità?
– Perché il controllo sulle strategie e sulle politiche di rischio da parte della capo gruppo promossa dalla riforma potrebbe erodere quel potere “feudale” esercitato in maniera del tutto indisturbata a scapito della comunità locale e delle imprese sane?
– Perché la riforma potrebbe comportare il “rischio” di ingresso di capitali in ottica di ricapitalizzazione per cui chi investe potrebbe avere la sacrosanta esigenza di valutare il management sulla base della professionalità e degli utili generati dalla gestione più che da collegamenti amicali e presunte segnalazioni e gradimenti di compiacenti organi istituzionali?
– Perché per essere competitivi ed efficaci ai fini degli utili da generare, dovrebbero sforzarsi di avviare appropriate politiche di marketing e creare prodotti e servizi ad alto tasso di investimento tecnologico e a basso costo per i clienti, fortemente richiesti dal mercato? Forse perché non avendo le competenze e la lungimiranza per realizzarli preferiscono fare scelte antiche con prodotti superati che mediamente hanno costi più alti del sistema bancario?
Questi sono dubbi che solo l’avvio della riforma potrà chiarire. Comunque vada il cambiamento, date le condizioni dipartenza, non potrà che essere positivo.