Abruzzo, Molise e poi Sicilia: sono le tre regioni che hanno conquistato un podio al quale rinuncerebbero volentieri. I giovani abruzzesi, molisani e siciliani che s’iscrivano all’università sono diminuiti della metà nell’ultimo decennio, dall’anno accademico 2004/05 al 2014/15. Una caduta verticale, che segnala l’entità e la “qualità” della crisi economica.
In Sicilia le iscrizioni alle quattro facoltà universitarie (Palermo, Catania, Messina ed Enna) sono diminuite del 50,7 per cento. Peggio è andata in Abruzzo, che registra il 56 perr cento e in Molise con il 52,3 per cento.
Dov’è andata meglio? In Lombardia, naturalmente, dove il calo, che pure c’è, si è fermato all’8,8 per cento. In Trentino il 9,5 per cento di iscritti in meno nel decennio, 11,9 in Veneto e 12,9 nelle Marche.
Accanto ad Abruzzo, Sicilia e Molise, possiamo mettere la Basilicata, che fa registrato un – 49,4 per cento e la Calabria con il 43,8 per cento. Fra la Sicilia e la Calabria il divario è netto, più di sei punti percentuali a favore dei giovani calabresi.
Che cosa ha provocato in Sicilia il gravissimo calo delle immatricolazioni? La sfiducia, anzitutto. I giovani non credono che la laurea li aiuti a trovare lavoro. Al secondo posto, potremmo suggerire le difficoltà economiche della famiglia, il cui reddito non permette di mantenere i ragazzi negli studi universitari.
Fra le altre motivazioni c’è anche il modesto appeal suscitato dagli atenei siciliani? Possibile, ma sarebbe un errore esprimere giudizi sommari che fanno di tutta l’erba un fascio, perché ci sono delle eccellenze che non vanno trascurate. Sono tanti gli studenti che proseguono gli studi in facoltà universitarie della Penisola, soprattutto a Milano e Roma. E c’è, infine, un buon gruppo di giovani che sceglie università straniere, soprattutto per frequentare i master, le specializzazioni, dopo il conseguimento della laurea triennale.
L’idea che la laurea serva poco o niente nella ricerca del lavoro, come riferisce il Rapporto di Almalaurea. E’ dimostrato, infatti, che i laureati trovano lavoro già nel primo anno post-laurea in buon numero (66 per cento), e nel quinquennio quasi il 90 per cento.
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