lauricellaHo sempre ritenuto che la libertà dal vincolo di mandato sia un principio irrinunciabile per chi esercita la funzione legislativa e che non possa cedere di fronte a posizioni inaccettabili, pur se assunte dal proprio gruppo di appartenenza.
Ciò non significa essere anarchici nei comportamenti né, tantomeno, disobbedienti. Significa avere coscienza e soprattutto cognizione di ciò che si sta discutendo o votando in Parlamento.
Coscienza, riguarda la fase ulteriore rispetto alla conoscenza: se non conosci non puoi comprendere e, dunque, non puoi entrare nella fase del merito della questione, da cui prendere, appunto, coscienza.
Purtroppo, capita che molti si lascino “suggerire” come votare – pro o contro ogni passaggio – non preoccupandosi di capire cosa e perché si stia votando in un certo modo.
Sarà la mia deformazione professionale (studiare e ricercare), soprattutto quando in discussione vi sono temi di particolare rilevanza, come lo è quello della gestione dell’acqua, ma non posso fare a meno di leggere, comprendere e decidere, seguendo quasi sempre l’indicazione del gruppo, fino a quando coincide con ciò che ritengo essere la scelta giusta o opportuna.
Si potrebbe dire: ma se “giudichi” se la scelta sia giusta o meno, poni la linea del gruppo parlamentare in secondo ordine. Può darsi, ma solo se ritengo la scelta lesiva di diritti o interessi pubblici o collettivi, costituzionalmente riconosciuti come fondamentali. E l’acqua è un bene pubblico che nella sua gestione non può rispondere – a mio avviso – alle logiche del mercato e, dunque, del profitto ma deve guardare al benessere e al diritto di ogni cittadino, con criteri di economicità ed efficienza.
La scorsa settimana la Camera ha discusso ed approvato la legge (che ora passerà al Senato) sulla gestione dell’acqua.
Si stava discutendo e votando un testo che, comunque, avrebbe dato consequenzialità al risultato referendario del 2011, che aveva – di fatto – affermato il principio della prevalenza della gestione pubblica dell’acqua.
Ma ad un certo punto, mentre tutto sembrava svolgersi in modo lineare, affermando la priorità della gestione pubblica senza, peraltro, negare la possibilità in – via secondaria – della gestione privata, pur sempre rispondente a determinati canoni e criteri stabiliti dalla legge, viene fuori un emendamento che provoca la mia reazione e quella di quanti, seppure nella maggioranza, hanno seguito la mia posizione contraria.
Dopo aver preso la parola per spiegare la mia posizione contraria, Il mio voto contro l’emendamento (presentato dalla Commissione Bilancio, ispirato dal ministero dell’economia) è stata la presa di posizione di chi lo ha giudicato un’inversione della ratio dell’intera legge.
Il testo originario della pdl presentato in aula recitava: “in via prioritaria è disposto l’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche”.
L’emendamento proposto dalla Commissione Bilancio lo modificava, prevedendo che “l’affidamento può avvenire anche in via diretta a favore di società interamente pubbliche”.
In sostanza, si è operata una inversione inaccettabile, atteso che con quell’emendamento l’affidamento diretto alla società pubblica non è più una “priorità” ma – di fatto – una “possibilità”, la cui scelta viene affidata agli amministratori locali che – mi auguro – rivolgeranno la loro attenzione a quell’”anche”, pur non essendo vincolati per legge ad alcuna “priorità” pubblica.
Ma, al di là del merito, ciò che è inaccettabile è il ridimensionamento dell’idea di “priorità” pubblica che fino al giorno prima era stato presentato come l’aspetto caratterizzante. È l’idea stessa che, contrariamente da quanto scaturito dal referendum del 2011 e, dunque, dalla volontà popolare, si perpetua una logica privatistica che nulla ha a che fare con il riformismo e con la necessaria inversione di tendenza contro il liberismo e i danni che ha provocato in questi ultimi decenni.
Conseguentemente, non ho votato neanche la legge. Non avrebbe avuto senso né sarebbe stato coerente con le iniziative e le battaglie che ho sostenuto in Sicilia a favore della gestione pubblica dell’acqua contro un’esperienza deleteria della gestione privata.
Mi auguro che il Senato (che ancora ha il potere di farlo) riveda il testo e ripristini quel richiamo essenziale alla “priorità” della gestione pubblica, senza il quale si svuoterebbe la volontà popolare espressa con il referendum del 2011.
On.le Giuseppe Lauricella