Un quesito s’impone: come vivere la fede cristiana in una regione in cui il 53% dei suoi cittadini ha rifiutato ad un suo diritto fondamentale: l’esercizio del voto? Come prepararsi al Natale in una provincia in cui il 60% si è mostrata sfiduciata non recandosi al seggio elettorale? Quale gioia potrà portare il Bambino ai nuovi ‘pastori’ di Palma di Montechiaro che quasi in massa, il 72%, non si sono degnati di esprimere la propria volontà elettorale, disertando le urne?

Con queste percentuali nessuno ha vinto durante la competizione elettorale del 5 Novembre scorso per il rinnovo dell’Assemblea regionale. Infatti, come si può stappare una bottiglia con una sconfitta dei valori democratici così alta, superando qualsiasi alleanza sia di destra sia di sinistra? Nella storia politica siciliana mai s’era verificato un tonfo elettorale così drammatico, su cui ognuno di noi – a prescindere dal ruolo che svolgiamo nella società – è chiamato a riflettere e su cui gli analisti della politica (ce ne sono?) sono chiamati ad indagare.


Le elezioni comunali e regionali hanno segnato sempre una larga ed ampia partecipazione elettorale, ma questa volta no.

 

L’azione ecclesiale, una volta chiamata apostolato, oggi ‘pastorale’, non potrà ignorare questo dato, diversamente rischia di essere sterile, voce che grida nel deserto, inascoltata, perché distante dal vissuto concreto e reale degli uomini.

Leggendo i Piani pastorali annuali degli anni trascorsi, in special modo quelli a partire dal Sinodo Diocesano, scopriamo l’esigenza di conoscere il territorio, ambito dove bisogna incarnare il messaggio cristiano. Delle inchieste sociologiche forse s’era fatto abuso, pubblicando pagine e pagine, ma negli ultimi anni questo lavoro è venuto meno o quanto meno non ha avuto la consistenza che si aveva avuto un tempo, fino ad esagerare. E se le parrocchie facessero un’indagine sociologica, il risultato sarebbe davvero impressionante, in special modo sulla mancanza di speranza. Le nostre popolazioni vivono senza speranza, nel buio più fitto.

Dalle urne è venuta una chiara indicazione, inequivocabile, di cui, purtroppo, nessuno ha ritenuto approfondire, nonostante si presentasse agli occhi di chiunque nella sua drammaticità numerica: i siciliani hanno perduto la speranza, non credono più alla politica, luogo ideologico per la costruzione del bene comune, ma, forse, non credono nemmeno ad un bene comune o comunque è stato fatto il tutto possibile per farne perdere ogni traccia.

L’Arcivescovo di Agrigento, il card. Montenegro, seguendo le indicazioni della Chiesa italiana, ha scritto una Lettera Pastorale senza fare alcuno sconto a nessuno. Egli non ha parlato dell’astensionismo; tuttavia, in questa Lettera, possiamo rilevare le cause prime che hanno l’hanno generato, perché ha messo le mani sulle ferite della provincia; ferite che non sono diverse da quelle delle altre province siciliane, tanto che non abbiamo alcuna difficoltà a qualificare questa Lettera con l’appellativo di Sociale, in cui primeggia l’icona dell’uomo ferito, defraudato nei suoi elementari diritti.

Il nostro auspicio è che questa Lettera possa essere oggetto di studio, di approfondimento, che possa penetrare nel tessuto delle parrocchie e della società.

Come cristiani, per essere credibili, non possiamo non accogliere e fare nostra la Lettera del Vescovo. Essa ci interpella come credenti e come uomini della strada, a prescindere dalle proprie convinzioni.

Nonostante una situazione angosciante, l’Arcivescovo don Franco ci sollecita ad alzare il grido della speranza, citando il Salmo 11: «Quando sono scosse le fondamenta, il giusto cosa può fare?», e l’Arcivescovo di Agrigento risponde: «è di non rassegnarsi dinanzi all’ingiustizia umana e alla grave situazione sociale, ma di alzare il grido di speranza, confidando sempre nell’infinito amore di Dio e nelle immense possibilità presenti nel cuore di ogni uomo». Noi raccogliamo questo appello del Vescovo don Franco, e lo facciamo nella concretezza, cercando di sviluppare una riflessione sulla Teologia della Speranza, partendo dal dato oggettivo, grave e doloroso, e confidando in quella piazza silenziosa spesso gremita di persone perbene.

Nel Novecento appena trascorso, illuminati Vescovi agrigentini hanno ridestato il popolo che vagava nel buio: Gaetano Blandini, fondando le Casse Rurali e lottando contro gli usurai, Bartolomeo Lagumina organizzando il Partito Popolare di don Luigi Sturzo, Giovanni Battista Peruzzo, lottando contro il latifondo degli agrari, Giuseppe Petralia, adeguando la missione della Chiesa secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, Luigi Bommarito, richiamando gli Amministratori al rispetto delle regole democratiche, Carmelo Ferraro stigmatizzando la mafia peggio del nazismo, Francesco Montenegro, attuale Arcivescovo, alzando la voce contro l’indifferenza, grave peccato morale, come fu definita da Madre Teresa di Calcutta.

Enzo Di Natali