

Il 3 ottobre 1860 Rosa Sena, nutrice di un bambino abbandonato a suo tempo nella ruota, fece una singolare richiesta agli amministratori del Comune di Canicattì.
Poiché il bambino era nato cieco di ambedue gli occhi, la donna chiedeva che gli fosse comperato un violino per potersi esercitare e così riuscire a trovare un lavoro per sopravvivere.
La signora fu accontentata e così il povero ragazzo imparò a suonare dei motivi ad orecchio, accompagnandosi ad altri violinisti, alcuni dei quali ciechi come lui.
A Canicattì c’è stata – fino ai primi del Novecento – una tradizione di violinisti ciechi che effettuavano le “prove d’orchestra” sulla gradinata panoramica della Chiesa Madre. Nel pomeriggio si radunavano davanti alla chiesa guidati dall’inseparabile bastone, portando il violino in una saccoccia. Si ponevano poi a sedere accanto al fonte battesimale in attesa di qualche battesimo e, intanto, discutevano dei terni e delle quaterne da giocare al lotto.
Sempre nei pressi della Chiesa Madre aspettavano che qualcuno li chiamasse in occasione delle novene natalizie o in altre ricorrenze. Anche la morte era un rito con le sue regole: fungevano da “necrologi” dei poveri tamburinao che, coperto da una tunica e un cappuccio, giravano per le strade annunciando il decesso. E, in quell’occasione, come per la processione del Cristo morto, suonavano il tamburo con i registri allentati, in segno di lutto. Alcuni poverelli, durante le processioni e in chiesa durante le cerimonie nuziali e
i battesimi, suonavano pifferi, violini e cornamuse, ricevendo in cambio delle offerte. Nel trigesimo della morte le famiglie che se lo potevano permettere “noleggiavano” uno o più “orbi” per declamare davanti all’abitazione del caro estinto le sue virtù. I violinisti ciechi, durante la novena di San Giuseppe, suonavano e cantavano davanti la casa dei devoti e, prima di andar via, uno di loro, che evidentemente un poco ci vedeva, tracciava con un pennello un segno sulla porta a indicare che il “debito” era stato saldato.
Durante le novene di Natale i ciechi cominciavano a strimpellare di buon mattino; don Sariddu l’Orbu imitava la voce degli animali; nel pomeriggio, alla cappella delle Botteghelle, novena e litania che si chiudeva con un balletto finale per la ragazzaglia. Novene in chiesa all’alba o nel pomeriggio con nimpareddi musicali, sordine e cornetta; chirchetta e azzarinu anche per le strade.
Ma il rito più importante era quello del battesimo. Dalla casa del battezzando partiva – alla volta della Chiesa Madre allora unica parrocchia in città – un corteo preceduto da una donna che teneva in braccia il bambino. Appresso genitori, padrino e madrina, parenti e invitati tutti vestiti a festa.
Il corteo era accolto, davanti alla chiesa, dal suono dell’orchestra composta da una decina di violini e da una viola.
Mentre il sacerdote procedeva alle incombenze burocratiche relative alla raccolta delle generalità del bambino e di genitori e padrini, il barbiere scelto dalla famiglia distribuiva i presenti a semicerchio attorno al fonte battesimale e assegnava a ciascuno una candela da tenere accesa durante il sacro rito.
Durante la cerimonia gli orchestrali – al principio di ogni esecuzione – prendevano posto – col violino sotto il mento e con l’arco sospeso sopra – in attesa che masciu Sariddu desse il via col suo violino. Al termine ricevevano dal barbiere una moneta da dieci o venti centesimi. Si tenga conto che allora un chilo di pasta costava quaranta centesimi, un litro di vino cinquanta, un uovo dieci e un paio di scarpe sei lire.
Il più famoso tra questi violinisti ciechi di strada fu nel Novecento Sariddu l’Orbu, detto anche “lu professuri Sariddu”. Cieco dalla nascita, era figlio naturale di una prostituta di Canicattì, detta la Sena.
Sariddu l’Orbu aveva un’orchestra particolare composta, in gran parte, da ciechi: Giovanni Oliveri, Diego Guarneri, Salvatore Petralito, Antonio Petruzzella, Diego Portannese e Salvatore Alaimo. Non erano ciechi Antonio Lo Sardo, Giuseppe Alaimo e Domenico Alaimo inteso “Martello”. Questi era una figura estremamente simpatica e dotata di grande sensibilità. Abitava in via Mariano Stabile, nei pressi della Badia dei Santi Filippo e Giacomo. Diego Guarneri era anche sordo e per questo stava sempre vicino a un compagno per avere gli opportuni suggerimenti.
Il barone Agostino La Lomia – con lo pseudonimo Fausto di Renda – narrò un curioso episodio concluso con botte da “orbi”.
In passato le spese del battesimo erano sostenute dal padrino. Un giorno cumpari Micheli Pirricuni si recò in Matrice per un battesimo e invitò l’orchestra dei sei “orbi” ad esibirsi; al termine della cerimonia il facoltoso padrino, oltre ai regolamentari due soldi a testa, ne regalò un tredicesimo. Masciu Sariddu fece il furbo e trattenne per sé il tredicesimo soldo, ma del fatto si erano accorti – non si capisce come – gli altri “orbi” e in particolare il più aitante del gruppo, mastru Turiddu Pitralitu, che menò sul malcapitato direttore d’orchestra botte, da “orbi” appunto.
Solo l’intervento dell’arciprete fece tornare la calma col regalo di tre “grani”: col tredicesimo soldo comprarono “una cucchia di pane duro” (cioè una forma di pane di 800 grammi), con i tre “grani” un litro e mezzo di vino e tutto finì in gloria.
Si narra anche che Sariddu l’Orbu – il più abile suonatore di violino in quel tempo a Canicattì – sia stato il maestro del celebre Turiddu Capra, il merlo acquatico del barone Agostino La Lomia promosso a Duca di Santa Flavia. Sariddu aveva un metodo tutto suo per dare lezioni a merli e pappagalli vari: si faceva rinchiudere per almeno un’ora al giorno in una stanza buia col suo… allievo; ripeteva fino alla noia le frasi che voleva imparasse il merlo e ripeteva a tempo sul violino il motivo che il discepolo doveva apprendere.
Il merlo fu preparato ad affrontare le più diverse situazioni.
Politicamente opportunista, a volte faceva il democristiano, altre volte il comunista suonando “Bianco fiore” o “Bandiera rossa” senza scomporsi. Era grande amico della tavola ed abile canterino; talora diceva delle parolacce e quando il barone intonava con la chitarra la sua canzone preferita, “Vitti na crozza”, fischiettava con sentimento (Fausto di Renda, Tradizioni siciliane che scompaiono: dell’Orchestra stabile di l’Orbu sopravvive ancora il ricordo a Canicattì, New York, Il Progresso Italo-Americano, 8 aprile 1953).
Non tutti, però, potevano permettersi nei battesimi i violinisti ciechi. I poveri dovevano accontentarsi di poche candele accese. I più agiati aggiungevano ai violini degli “orbi” il flauto di tale Di Blasi e, perfino, la cornetta e la banda musicale di Salvatore Russo. Nei battesimi dei trovatelli nulla di tutto ciò e il ruolo di padrino veniva affidato al primo passante. GAETANO AUGELLO












