Se “Vieni avanti cretino” è stato il cavallo di battaglia dell’avanspettacolo italiano, le cose dovrebbero andare diversamente in un’assemblea pubblica elettiva. È la legittima pretesa del consigliere comunale di Canicattì Mimmo Licata che apostrofato in questa maniera dal sindaco Vincenzo Corbo, ha deciso di querelarlo per diffamazione. Teatro dell’offesa il convulso consiglio comunale straordinario sull’acqua contaminata al manganese. Ecco perché diffamazione aggravata a mezzo stampa. Se il sindaco fosse stato sentito da due persone, sarebbe stata semplice ingiuria, ma l’epiteto pronunciato davanti a tutto il consesso, pubblico compreso, e poi ripreso dalle telecamere ha assunto una consistenza offensiva maggiormente penetrante. Dalla parte di Licata c’è un precedente, tutt’altro da sottovalutare poiché fa addirittura giurisprudenza. Con la sentenza numero 31096, l’anno scorso la Corte di Cassazione si è espressa su un altro consigliere comunale, in provincia di Messina ed esattamente di Roccella Valdemonte, che ha utilizzato, forse è un vizio dei politici siciliani, lo stesso indecoroso termine del sindaco di Canicattì. Ebbene la quinta sezione penale della Suprema Corte ha confermato la multa e il risarcimento dei danni inflitti dai giudici ordinari. Inutilmente l’amministratore condannato ha invocato clemenza davanti agli ermellini sostenendo che il gergo utilizzato ”rientra ormai nel linguaggio polemico in uso dai partecipanti alla competizione politica”. La linea difensiva non ha fatto breccia tra i giudici di legittimità che, confermando la condanna per ingiuria, hanno rilevato che ”l’esercizio del diritto al dissenso in un’assemblea di democrazia rappresentativa – sono parole testuali – non puo’ essere considerato fatto ingiusto, legittimante nei soggetti politici contestati uno stato d’ira che possa attenuare la gravità di una violazione di legge”. E questo perché, rilevano i supremi giudici ”in campo politico lo stato d’ira equivale a stato di intolleranza ma perché nella dialettica politica, ai livelli alti e meno alti, il fastidio creato dalla critica e dalla diversità del contendente è un prezzo che in democrazia va pagato per intero, senza sconti”. Così la Cassazione si appella allo Stato affinché nei confronti dei politici ”inadempienti” non vengano ”fatte riduzioni nell’applicare le sanzioni”. In definitiva la Suprema Corte mette in chiaro che ”non appare convincente la tesi sull’esistenza nella nostra democrazia di una superiore area (il confronto politico) in cui si sarebbe sedimentata, grazie ad un lessico fatto di ingiurie reciproche una sorta di desensibilizzazione ai termini offensivi, che perderebbero, per consuetudine, rilevanza penale innanzitutto per gli argomenti gia’ espressi in ordine all’intera cittadinanza”. Accettare, infatti, una politica fatta di insulti significherebbe invocare per i politici un ”trattamento di favore”, una ”inammissibile disuguaglianza”, dice la Suprema Corte, ”davanti alla legge”. Domenico Licata auspica una nuova stagione di dialogo civile ma va avanti per la sua strada: “Un primo cittadino non può sopperire alle gravi inadempienze commesse offendendo un rappresentante di un’istituzione – ha dichiarato il secondo vice presidente del Consiglio Comunale di Canicattì – in quell’occasione il Sindaco ha avuto una caduta di stile notevole. Vista la totale assenza di dialogo, ho deciso di continuare la mia battaglia in sede legale”












