UNA SCIA DI SANGUE NELLA SCALATA DI FALSONE

Una scia di sangue traccia la scalata di Giuseppe Falsone nell’onorata società. È un cognome pesante a Campobello di Licata quello del latitante arrestato dalla polizia. Tra gli appigli degli inquirenti per arrivare al ricercato numero uno della provincia di Agrigento non viene esclusa la rete parentale del boss. La sorella e il fratello di Falsone, Carmelina e Calogero hanno conosciuto il carcere dopo la condanna per favoreggiamento. Secondo l’accusa, i familiari di Giuseppe Falsone avrebbero comunicato con dei pizzini, trovati una volta nel beauty case della donna. La storia però è molto più vecchia delle ultime vicissitudini giudiziarie. Giuseppe Falsone eredita prematuramente il testimone dal padre Vincenzo, capomafia di Campobello di Licata, quando nel giugno del 1991 alcuni stiddari lo uccidono assieme al figlio primogenito. Secondo le risultanze del processo “Santa Barbara”, celebratosi a metà degli anni ottanta al Tribunale di Agrigento, nel quale Vincenzo Falsone era imputato di associazione mafiosa e d’altro, è stato giudizialmente accertato che il campobellese era molto intimo di Carmelo Colletti, Giuseppe Settecasi e Giuseppe Di Caro capoprovincia i tre capo provincia che si alternarono ad Agrigento. Secondo le sentenze conclusive dei processi “Cocktail” e “Akragas”, la vendetta di Falsone arrivò dopo 3 anni, con il beneplacito della Cupola provinciale. Era la mattina del 18 aprile 1994 quando Ingaglio uscito di casa, mentre stava per mettere in moto la sua automobile, fu affiancato da una vettura che gli scaricò addosso una scarica di proiettili. Una prova di forza cha avvia l’ascesa di Falsone in Cosa Nostra, ma che sancisce contestualmente la prima dura condanna giudiziaria, all’ergastolo per il campobellese. Adesso l’ex latitante dovrà rispondere di altri fatti di sangue per i quali è sospettato dalla magistratura. Tra questi, l’omicidio di Carmelo Milioti, il favarese fiancheggiatore del clan rivale capeggiato da Maurizio Di Gati. Il delfino del boss Nino Giuffrè andava millantando di essere stato incoronato capomafia della provincia di Agrigento direttamente da Bernardo Provenzano. Quest’ultimo però parteggiava per Falsone, citato con il numero 28 nei suoi pizzini. Tanto bastava all’esecuzione di Milioti, assassinato il 13 agosto del 2003 non a caso in un salone da barba. Il delitto conteneva un messaggio diretto a Di Gati, da piccolo garzone di un barbiere. Da quel momento iniziò la riflessione del racalmutese che si consegnò proprio da Favara ai carabinieri. Falsone sarà chiamato anche a rispondere della lupara bianca che inghiottì il campobellese Giuseppe Spatazza. A far ritrovare il cadavere dell’emigrato tra le campagne di Naro furono le rivelazioni dell’ex braccio destro del boss, Giuseppe Sardino.


I BLITZ PRECEDENTI ALLA CATTURA DI FALSONE

Il fantasma saraceno non è più tale. Così fu ribattezzato Giuseppe Falsone nell’operazione Ghost Saraceno eseguita dai carabinieri nel giugno del 2006. Il boss di Campobello è stata una delle ossessioni più ricorrenti delle forze dell’ordine, senza distinzione e senza titolarità esclusiva di nessuno. Arma dei carabinieri e polizia di Stato hanno seguito ogni pista, qualsiasi elemento, pur di arrivare alla primula campobellese. Dietro a questo obiettivo non si è celata però l’ambizione di carriera di ufficiali e commissari, quanto la speranza di assicurare alla giustizia un pericoloso latitante. Le varie operazioni attorno ai suoi interessi e contro i suoi fiancheggiatori, intensificatesi ultimamente, hanno di sicuro lasciato sempre più solo Falsone. Dopo le dichiarazioni del pentito Maurizio Di Gati, la vendetta del racalmutese porta il nome dell’operazione Camaleonte condotta dalla polizia all’inizio di marzo 2007. L’inchiesta portò in carcere 21 soggetti. Per il processo seguito al blitz, Falsone lo scorso mese di marzo in primo grado è stato condannato a 22 anni e 6 mesi di carcere. Nell’aprile del 2008 scatterà l’operazione Mercurio con tre ordinanze di custodia cautelare in carcere che aprirono uno squarcio sconcertante per le connivenze sulle quali poteva contare Falsone. In quell’occasione fu arrestato l’autista del boss, Giuseppe Sardino, ex consigliere comunale, che poi sceglierà il programma di protezione vuotando il sacco su quanto appreso negli incontri del suo capo. Otto mesi dopo, l’inchiesta Agorà testimonierà gli interessi di Falsone per il centro commerciale di Castrofilippo, alla cui costruzione imporrà ditte amiche di Favara. Appendice all’operazione “Alta Mafia”, Agorà farà scattare sei arresti nell’imprenditoria della zona. Il settore edile e quello commerciale sono privilegiati dal capomafia provinciale così come poi confermeranno le indagini dell’operazione nome in codice Apocalisse. Falsone sarà attratto dal giro di soldi di una catena di hard discount, per l’apertura dei quali si doveva chiedere il permesso al boss.

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LA PISTA ESTEROFILA DEI LATITANTI

Sembrerebbe esserci un corridoio franco tra Cosa Nostra siciliana e le cliniche dell’Europa centrale. L’imprendibile boss trapanese, Matteo Messina Denaro, riesce a farsi correggere la forma di strabismo che lo affligge in Spagna, mentre il suo predecessore Bernardo Provenzano viene operato di prostata a Marsiglia, città in cui è stato arrestato Giuseppe Falsone. Se si tratta di una coincidenza o di qualcosa di più sarà la magistratura a stabilirlo. La città francese è famosa per le bellezze artistiche e per le sue vie portuali. L’inno nazionale della Francia porta il nome dei suoi abitanti perché cantato per le strade dai volontari provenienti da Marsiglia al loro arrivo a Parigi. Tornando ad oggi, i documenti falsi da soli non avrebbero potuto sicuramente consentire ai boss esterofili di superare i confini nazionali. Messina Denaro il 6 gennaio del 1994 avrebbe fatto una visita di controllo nella clinica “Barraquer” di Barcellona, presentandosi come Matteo Messina e dichiarando data e luogo di nascita veri. Fu invece nel 2003 che Provenzano si presentò in un ospedale di Marsiglia con il nome di Gaspare Troia, un anziano di 72 anni che viveva a Villabate, padre di uno dei favoreggiatori del capomafia arrestato nell’operazione ”grande mandamento”. Il ricovero fu registrato nel reparto di chirurgia della «Clinique de La Ciotat» a una quarantina di chilometri a sud di Marsiglia. Provenzano rimase nella clinica per una settimana, nella camera numero 7. Le infermiere lo ricordano come un individuo strano, molto chiuso, che non parlava con nessuno. Gli inquirenti addirittura ipotizzarono che il latitante abbia ottenuto a Palermo un modulo della Asl che consente di effettuare all’estero interventi chirurgici a carico della Regione. Provenzano, grazie alla complicita’ di alcuni suoi fidati uomini della famiglia di Villabate, dopo essere stato sottoposto a visite mediche, raggiunse Marsiglia a bordo di una macchina e di un camion. Ad accompagnarlo fu Salvatore Troia, adesso in carcere. Cade così il corollario secondo cui un capomafia rimane nelle sue zone egemonizzate. Falsone per la verità ci aveva provato, prima a Naro, con incontri notturni tra le campagne di Castrofilippo, poi in provincia di Palermo a Palazzo Adriano. Dei covi/fortezza, con telecamere e altre tecnologie per individuare ospiti indesiderati, lontani dal modello di Montagna dei Cavalli dove fu trovato Provenzano. Nei primi anni della sua clandestinità però, alla procura di Agrigento, retta all’epoca da Ignazio De Francisci erano arrivate addirittura delle lettere anonime che segnalavano Falsone passeggiare in piazza a Campobello e bere indisturbato il caffè nei bar. Sentitosi braccato dalle forze dell’ordine alla fine, Falsone ha scelto la Francia per il suo esilio, non primo tra i padrini oltre confine. Nel 2003, dal Sud Africa per curare la moglie, tornò in Sicilia e accettò di collaborare con la giustizia il racalmutese Ignazio Gagliardo. L’empedoclino Luigi Putrone nel 2005 sarà arrestato nella Repubblica Ceca, dove viveva con la sua cerchia d’amici. Il sanguinario di Realmonte, Joseph Focoso sarà estradato nel 2007 da un paesino della Germania, nella regione della Land-Saar dove ci sono centinaia di ristoranti gestiti da palmesi, empedoclini, realmontini e favaresi.

DOPO 11 ANNI FINISCE LA CLANDESTINITA’ DEL BOSS DELLA PROVINCIA DI AGRIGENTO

Prima notte in carcere per il capomafia della provincia di Agrigento, Giuseppe Falsone, tra i mafiosi piu’ ricercati d’Italia. Il boss di 39 anni, e’ stato arrestato ieri pomeriggio a Marsiglia, in Francia, dagli uomini delle squadre mobili di Agrigento e Palermo, dallo Sco e con la collaborazione dei servizi segreti. Falsone era irriconoscibile, piu’ magro e con il volto ritoccato dalla chirurgia plastica facciale. Viveva da solo in una casa di Marsiglia e sembra che stesse per mettere su un’impresa di costruzione edile, settore che in Sicilia gli aveva fruttato un impero economico. Intanto è stato gia’ firmato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi della Dda di Palermo il mandato di cattura internazionale che consentira’ il rientro in Italia nel giro di pochi giorni di Falsone. Quest’ultimo, appena fermato, esibendo documenti falsi, ha negato fino a questa mattina di essere l’uomo ricercato dalle forze dell’ordine, probabilmente facendo leva sulle sue diverse fattezze facciali. La parola fine a questo teatrino è stata messa dalla conferma arrivata dalle impronte digitali prese a Falsone. Dopo i risultati del test Falsone si è chiuso in un silenzio impenetrabile. La notizia, già ieri sera, ha attraversato in breve tempo lo Stivale, trovando entusiastica accoglienza ad Agrigento.