La ricerca-intervento, promossa dal Consorzio Agrigentino Legalità e Sviluppo- presieduto da Mariagrazia Brandara- in collaborazione con l’Università degli Studi Palermo, ha avuto l’obiettivo di esplorare i vissuti della comunità autoctona circa la presenza del fenomeno mafioso nel territorio. Le due sessioni di gruppo, condotte ad Agrigento il 28 e 29 ottobre 2010, hanno visto una buona partecipazione della popolazione: erano presenti 19 persone nella prima sessione e 15 nella seconda. I membri intervenuti appartenevano a diverse categorie professionali: impiegati, professionisti, studenti, operai. Ciò ha rappresentato un vantaggio per la ricerca, in quanto un campo gruppale siffatto ha accolto esperienze eterogenee e ha dispiegato poliedricità sociale ed esistenziale rendendo il gruppo mediano particolarmente rappresentativo della polis, condensando un pensare collettivo prossimo al sentire della comunità agrigentina. Dall’analisi testuale dei trascritti, effettuata con appositi software, emerge una particolare difficoltà, da parte degli intervenuti, a parlare di mafia, se non al prezzo di un dispendioso utilizzo di meccanismi difensivi. Infatti, nelle prime fasi, il gruppo assume una posizione particolarmente razionalizzante, mostrandosi tutto proteso alla ricerca di definizioni capaci di inquadrare il fenomeno mafioso: una carrellata di qualificazioni, attributi su Cosa Nostra che ne hanno mostrato, di volta in volta, l’immagine arguta e spietata, ignorante e prepotente, normale e anomarle. La veemenza verbale espressa su questi temi sembrava esprimere un sentimento aggressivo che si è tradotto in rabbia conclamata quando le formulazioni sintattiche hanno individuato nelle istituzioni il loro soggetto. Le istituzioni sono mute, non sentono e non ascoltano. Gradualmente, tuttavia, il gruppo abbandona l’arroccamento razionalizzante e mostra trafitture affettive nette che si declinano in due esatte partizioni emotive connesse a Cosa Nostra: la rabbia e la fascinazione che da un punto di vista psicologico hanno diversi punti di contatto. Uno fra tutti è l’esternalizzazione del vissuto. Questo aspetto appare in connessione con la parabola metaforica intrecciata dai partecipanti durante il lavoro di gruppo: vi erano, infatti, costati richiami al corpo e alla percezione (tema dello sguardo, del tatto, del soffocamento), canali fisiologici (quindi non psichici) scomodati per tentare di comunicare sensazioni e vissuti in riferimento agli incontri con Cosa Nostra. A partire da queste analogie, la mafia comincia a diventare un’immagine meno fumosa e dunque meno bisognosa di una frettolosa didascalia ma, simultaneamente, diventa più vicina, ti tocca il polso, ti alita addosso e rende il territorio agrigentino un luogo soffocante in cui manca il respiro, manca lo spazio di movimento. Non c’è spazio come non c’è il parcheggio (altro tema emerso dalle analisi) se non sotto tassazione del posteggiatore abusivo, se non in doppia fila o in un posto che non è tuo perché appartiene al capo zona.

Dietro la categoria tematica del parcheggio, che puntella in modo costante le due sessioni di gruppo, scoperchiandone la superficie, si nasconde il tema dell’abusivismo edilizio. Fisicamente e psicologicamente, emerge la stanchezza e la sopraffazione di un territorio abusato, violentato, più che abitato. Gli agrigentini che hanno partecipato alla ricerca, sembrano chiedere un posto, reale e psichico, per pensare, per elaborare vissuti taciuti, prossimità inquietanti, talmente vicine che possono essere espresse solo con il linguaggio del corpo e perciò, molto probabilmente, poco mentalizzate.


Agrigento 29 gen. 11