C’era anche il boss empedoclino Gerlandino Messina, ad un anno esatto dalla cattura, in video conferenza, ieri pomeriggio davanti ai giudici del Tribunale di Agrigento (presidente Ottavio Mosti), per la seconda udienza del processo che lo vede imputato per il reato di illecito possesso e porto di armi e munizioni, rinvenute nel covo di viale Stati Uniti nel giorno dell’arresto. Con il capo rasato e barba appena incolta, vestito con un maglione scuro, jeans e scarpe sportive, l’ex capomafia ha partecipato all’udienza senza scomporsi, ed ha assistito alle dichiarazioni dei carabinieri che lo hanno arrestato, tra gli altri il tenente colonnello Salvatore Leotta e il tenente Roberto di Nunzio del Reparto operativo dei carabinieri di Agrigento. La deposizione dei due testi ha fatto emergere alcune circostanze significative. I carabinieri hanno ricevuto una segnalazione attendibilissima da fonte qualificata, i servizi segreti, ha risposto Di Nunzio su specifica domanda dell’avvocato Salvatore Pennica, e che dai primi giorni di ottobre 2010 la casa di via Stati Uniti era costantemente monitorata anche con telecamere mobili. Altro dettaglio significativo, i militari seguivano tre persone in maniera particolare, così si è avuto il convincimento che attraverso loro sarebbero arrivati a Gerlandino Messina. I tre risultano Carmelo e Calogero Bellavia, e Gaetano Rizzo. Il processo è stato rinviato al 15 novembre.












