Non scopro niente di nuovo nell’affermare che c’è un nesso profondo tra involuzione delle condizioni di lavoro in Italia e involuzione della democrazia. Così com’è abbastanza chiaro che il rigore mal si concilia con lo sviluppo di una nazione. E’ un circolo vizioso (come il cane che si morde la coda) che può essere troncato solo programmando uno sviluppo sostenibile per una piena e buona occupazione. Il lavoro, cioè, come strategia prioritaria, specialmente per tutti quei giovani divenuti «vecchi» nella vana ricerca di un’occupazione. Per quelle generazioni alle quali hanno tolto ogni speranza di futuro.
Ma se la politica non si adopera prima a fare allentare la tragica ed immorale morsa dell’austerità, difficilmente si può addivenire ad un piano del genere ed anzi si rischia pure l’autodistruzione. Urgente sarebbe quindi che in raccordo con la Commissione europa, considerato che la Merkel ci sta pure dettando l’agenda politica/finanziaria, si attivassero investimenti in opere pubbliche, anche piccole e magari attraverso i Comuni, ai quali lo Stato dovrebbe pure allentare le corde del patto di stabilità. Il ruolo degli Enti locali e delle Regioni, checchè se ne dica, resta sempre fondamentale ed è proprio nei loro confronti che bisognerebbe dare un supporto anche di natura progettuale. Altrimenti quo vadis?!
Salvatore Ferrara


















