E’ innegabile come oggigiorno il sistema culturale in toto, si basi sulla comunicazione cioè sulla capacità espressiva verbale che permette di interagire nella comunità dei parlanti; detta capacità diviene requisito fondamentale onde emergere sulla massa con cui si instaura un duplice rapporto; inizialmente di scambio parlante-udente in dialogo, in seguito parlante- mezzo tecnico diffusivo-udente ricettivo passivo. Classico esempio è il mezzo televisivo in cui il comunicare resta valido per i parlanti attivi che si riversano a pioggia sul pubblico passivo impedito nella replica. Ciò comporta, dunque, una comunicazione piratesca poiché unilaterale e antidemocratica, che uccide l’anima del termine “comunicare” il quale avendo in sé la comunione cioè il dibattito diviene privo di controparte in replica, trasformandosi in furto e offesa essendo l’uditore ridotto al silenzio. Si può dire dunque: 1)parlante+udente+risposta=dialogo 2)parlante + mezzo diffusivo + udente passivo = monologo impositivo da cui si ricava:1) DIALOGO = DEMOCRAZIA, 2)MONOLOGO = OLIGARCHIA.

A questo punto occorre inserire una riflessione ulteriore sulla possibilità espressiva che si può raggruppare in tre punti:


1)Coloro i quali apprendono l’uso della parola poiché sono inculturati fin dal primo giorno di vita nell’uso della verbalizzazione generica e riflettono l’uso trasmesso dai genitori e dal gruppo che frequentano.

2)Coloro i quali in età di prima infanzia sono abbandonati, come è già successo, e allevati da animali privi di umana comunicazione per cui acquisiscono, dopo essere stati reinseriti nel contesto sociale, una misera e faticosa espressione verbale grazie agli interventi degli studiosi del linguaggio che esaminano ancora adolescenti vissuti in gruppi animali. La mente rievoca il loquace Tarzan, ma ciò accade in letteratura, la realtà è diversa.

3)coloro i quali imparano ad esprimersi con competenza e certezza linguistica cioè gli emanati culturali.

Ai giorni nostri, purtroppo, nonostante le possibilità di informazione globale è in atto un drammatico regresso espressivo dovuto soprattutto all’apprendimento che tende a ridurre il sapere specialistico a favore di una superficiale conoscenza settoriale. E’ sufficiente, a tal proposito, ascoltare le conversazioni giovanili che spesso si evidenziano come oscure e nebulose per l’uso di terminologia lontana dalla lingua madre inghiottita dal gergo di gruppo. I livelli conoscitivi sono talmente calati da indurre alcune facoltà universitarie a predisporre corsi di lingua italiana per tentare di arginare la povertà espressiva.

Non siamo solo noi, oggi, a porci il problema, anche un grande maestro quale fu Cicerone, identificava la carenza di validi oratori con il degrado sociale dei suoi tempi.

Certamente ciò che distingue l’uomo dal mondo animale è l’uso della ragione espressa attraverso la capacità assennata della parola che, sapientemente orchestrata secondo regole etiche e forti conoscenze, diviene strumento di utilità sociale; e ciò è compito del buon politico. Tramite la parola noi possiamo condurre chi ascolta al nostro pensiero allontanandolo da quanto riteniamo errato; siamo lieti di poter usare la parola poiché è dote dei popoli liberi. Immaginiamo una moltitudine di corridori, tutti sappiamo correre ma uno solo giungerà primo e così è per colui che sa ben parlare; un buon avvocato rende innocente il colpevole se sa ben arringare l’uditorio, il sagace venditore, con la sua loquela, riesce a far apparire la merce di poco valore come preziosa e la vende al compratore, chi parla bene può consolare, salvare, allontanare dai pericoli, concludere affari, distogliere dalle guerre e sancire la pace aiutando così i cittadini e lo Stato. E’ bene sapere che esiste una gran differenza tra l’oratore ed il “parolaio”, quest’ultimo dimostrerà soltanto di possedere un quantitativo di parole senza altro tipo di conoscenza, il che gli fornirà un discorso privo di organizzazione lineare delle singole parti esplicitate, nessuna indagine degli stati d’animo umani (appannaggio di tutti gli uomini) incapacità di stimolare o sopire le emozioni degli ascoltatori con grazia e gradevolezza mancando di formazione culturale valida e capacità di sintesi, e incompetenza nell’ attingere costantemente alla Storia che può ben fornire una ricca serie di esempi essendo “Magistra vitae” .La comunicazione deve essere, inoltre, arricchita dalla gestualità dosata, dall’espressione facciale, dall’uso del corpo quasi si fosse un consumato attore di teatro.

Alla base della verbalizzazione c’è la completa e totale assimilazione dell’argomento che si propone, l’improvvisazione sul tema conduce all’esposizione querula e meschina che può condurre all’ilarità dell’uditorio dimostrando anche la pochezza cognitiva della natura umana. Il buon oratore, soprattutto politico,deve essere in grado di sapersi destreggiare con proprietà, eleganza, completezza e qualunque argomento sia sempre sostenuto da ferrea memoria e grande autorevolezza e non autoritarismo poiché il popolo non ama il sopraffattore ma colui che lo guida verbalmente con ragionamento deciso. Ma a nulla varrebbe tutto ciò se non fosse sostenuto dall’arte del ragionamento che si nutre di tecnica della discussione e capacità di dibattere mentre l’arte comunicativa si nutre di abilità discorsiva ed eloquenza. Se vogliamo indagare diremo che il saper comunicare è ampio, il ragionamento invece è serrato e stringente. Entrambi i canali sono speculari. Il buon oratore politico si porrà tre quesiti: che cosa dico, come dico, quanto dico e ciò conduce inevitabilmente a tre abilità cioè: 1)reperire gli argomenti 2) saperli organizzare 3) saperli esprimere; ma i fatti hanno una loro realtà? Si possono definire e valutare? Perché un fatto esista necessitano delle prove che suffraghino l’esistenza medesima che deve essere valutata e perché ciò avvenga, devono scivolare nelle categorie generali del Bene e del Male da questo esame il piano teorico può divenire pratico. Guida necessaria è sempre il buon senso che mai deve mancare altrimenti gli errori di vita divengono infausta concretezza. Per i Greci il buon senso era “ prepon” per i Latini”decorum”con cui si valutava ogni fase dell’esistenza da cui si traeva l’argomentazione adatta a luoghi, persone e avvenimenti. Ma quanto detto è sufficiente a far del politico un buon oratore pronto ad arringare il suo pubblico? Assolutamente no e rimando la prosecuzione al prossimo articolo, ricordando sempre che l’ottimo Cicerone è vivo oggi più di ieri.

Maddalena Rispoli