“Ma che cosa dunque sono Io? Una cosa che pensa? e che cos’è
una cosa che pensa? è una cosa che dubita, che concepisce, che
afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che immagina anche
e che sente. Ma siccome adesso conosco che a parlar propriamente
noi non concepiamo i corpi se non per mezzo della facoltà di intendere
che è in noi, e non per l’immaginazione, né per i sensi; è che non li
conosciamo per il fatto che li vediamo o li tocchiamo, ma sola-
mente per il fatto che li concepiamo per mezzo del pensiero”

R. Descartes, Meditazione metafisiche


Da tanto non scrivo per questo giornale e volevo iniziare questa riflessione con questa frase di Cartesio. In realtà sono abbastanza deficitario in merito ma questa analisi può venire interpretata come una congrua integrazione dell’appello disperato lanciato nel 1952 da Albert Schweitzer, premio nobel per la pace:
“Esorto il mondo ad osare di guardare in faccia la realtà. L’uomo è divenuto un superuomo riguardo al potere. Ma più cresce il potere dell’uomo e più l’uomo diventa un pover’uomo. Le nostre coscienze non possono non essere scosse da questa considerazione: più cresciamo e diventiamo superuomini, più siamo disumani”
Che sia ben chiaro che non stiamo parlando di speculazioni intellettuali dovuti all’ozio ma bensì di quanto mai reali parametri comportamentali che influenzano enormemente la vita dell’uomo. Per chiarire in modo semplice su quale piattaforma guardiamo alla nostra disamina concepiamo dapprima come l’ elemento psichico ( come coscienza e come inconscio ) abbiano pregnanza diretta e assoluta sull’uomo.
” Quando parliamo del caldo e del freddo, parliamo solamente di cose calde e di cose fredde, delle quali il caldo e il freddo sono gli attributi , i predicati o le enunciazioni. L’enunciazione si riferisce a qualcosa di percepito e di realmente esistente il caldo e il freddo. Da una moltitudine di casi analoghi, noi deriviamo per astrazione i concetti di caldo e di freddo, ai quali uniamo immediatamente, pensandolo insieme qualcosa di concreto. La concretizzazione del puro pensiero che si insinua così naturalmente nelle nostre astrazioni, rendendo reale il predicato o l’idea astratta non è un prodotto artificiale, nè l’ipostasi  arbitraria di un concetto, ma piuttosto una particolare necessità  della nostra natura.”
Chi ha seguito la mia rubrica sui “simboli e mitologemi” può avere un idea come gli engrammi psichichi definiscano l’esperienza sensibile. Ora, dopo tali premesse possiamo discutere le basi metodiche su cui si proietta la società. Umberto Galimberti nel suo libro “Amore e Psiche” coglie l’incapacità emotiva dell’uomo di razionalizzare la meccanizzazione del suo stesso essere. Proprio con questa “alienazione” stridono fortemente i segni della civiltà e della stessa natura umana.  Il nazismo, il fascismo nascono da questa carenza. L’Olocausto nasce da questa carenza e anche la degenerazione del potere nasce da questa carenza. Il sistema industriale non “responsabilizzando” la persona, non concedendo a questo un apporto umano lo  mutila di una parte importante della sua natura. Se a questo aggiungiamo che il capitalismo, nella sua struttura classista, lascia al denaro l’onere di ridefinire le prerogative e i valori della società intuiamo che allora esiste una contrapposizione d’essenza tra l’uomo e la burocratizzazione di se stesso. Se il denaro diventa il fine e non il mezzo, se un oggetto, nel suo dispotismo, diventa tiranno della indole emotiva allora avviene un decadimento in disvalore di tutti i principi cardine. La modernità mira a far perdere quello che Eric Fromm definisce come “tendenza all’essere” cioè il reale fascino del mondo depurato dalla bromosia del possesso. Ormai tutto si riconosce nell’avere e proprio questa forzatura dovuta alle esigenze storiche sarà acquisita dal Super Io definendo un individuo con “nuove” costrizione psichiche comportamentali. Non sono apocalittici presagi di sventura ma costatazioni che non hanno alcuna pretesa se non farvi riflettere sul futuro, sul passato, sul presente.

Francesco Rotondo