Indubbiamente è stato un personaggio tra i più discussi e di volta in volta, amato oppure aspramente criticato. Certamente in lui confluirono le passioni più differenti e si accostò non soltanto al verso, volle vivere il maggior numero di sensazioni possibili vestendo i panni del poeta, del drammaturgo, del politico, del militare, dell’esteta, del regista cinematografico, insomma sperimentò quanto più possibile fu in suo potere. Non tralasciò per questo i piaceri della vita sia che fossero quelli del buon cibo sia quelli del fortunato seduttore. Io, personalmente, mi son sempre detta che volentieri avrei voluto conoscerlo di persona in quanto, non essendo esteticamente quel che si definisce un bell’uomo (pelato, piuttosto basso e mingherlino, il volto di faina ) dovette possedere un fascino talmente forte da conquistare donne veramente belle le quali avrebbero potuto aspirare a molto di più. In alcune foto d’epoca, lo si vede con accanto signore elegantemente abbigliate che lo sovrastano in altezza ma che gli fanno da corona. Certo è che fu un maestro della parola e, sapientemente, seppe sempre ammaliare circondandosi di quell’aura intrigante e conquistatrice che fece parte della sua persona. Molte delle parole che ancor oggi usiamo ad esempio tramezzino invece di sandwich, velivolo, e tante altre si devono alla sua capacità di un vocabolario duttile nelle sue mani e reso seducente per la nostra lingua. Amò e fu riamato restando legato al suo dictat: il piacere. Volle circondarsi di bellezza, fosse anche quella emanata da cristalli rilucenti o da un letto rivestito di eccitante seta nera in cui distendersi o ancora da particolari pietanze preparate dalla sua governante cui abbandonarsi appagando il gusto. Ghiottissimo di gelati e cioccolato, sulla sua scrivania non mancarono mai i cioccolatini, visse anche questi con voracità quasi impudica. Si abbandonò totalmente alla natura facendola rivivere nelle sue poesie con una esaltazione verbale che ancora avviluppa il lettore. Non ultima nella sua vita fu la presenza del cinema anch’esso inglobato nella veste di abile regista tant’è che questa formula si evince chiaramente nella poesia : “La pioggia nel pineto”. D’Annunzio come nel cinema così nella vita non fu mai comparsa bensì abile direttore artistico riuscendo persino a dirigere se stesso e la propria arte. Accorto nell’evocare i cinque sensi del lettore, orchestrò e dosò le atmosfere con prodigiosa sapienza. I versi de: “La pioggia nel pineto” a seconda del vocabolo usato, accendono uno dei cinque sensi principalmente l’udito proprio in attacco del primo verso con il verbo “Taci”seguito poi da “Odo”, “ Ascolta”,e con le parole”Pianto”, “Nota”e così via seguito dalla vista: “fiori”,”verdura” l’aggettivo “cinerino” “Argentea pioggia”,”polle tra l’erba”; il lettore potrà proseguire in questa ricerca di accostamenti. Ciò che maggiormente intriga è la veste di regista che D’Annunzio indossa cucendo insieme sequenze della poesia tali da consentire la visione di un film eccitante e musicale in cui i primi piani in sequenza si allargano su uno scenario semplice e solenne dall’atmosfera del mito irreale inserito nella natura complice delle umane genti. Scena di ingresso: la cinepresa riprende le soglie di una pineta in cui si percepisce la presenza umana ma non si vede ancora alcuno. Su un sottofondo di onde che si infrangono, primo piano su foglie che raccolgono rade gocce di pioggia, lo sguardo si allarga su pini e tamerici soffermandosi sui tronchi scagliosi ed irti rosi dalla salsedine poi ridiscende al suolo per riprendere fiori ed ancora si apre al cielo da cui adesso cade una pioggia più fitta. Subentra l’elemento umano reso sensuale dalla pioggia che bagna gli abiti leggeri fino a farli aderire al corpo quasi denudandolo all’interno della natura che prende a suonare a causa delle gocce, delle cicale, delle rane in un concerto comune aleggiante fino a confondersi con il croscio della pioggia divenuta essa stessa strumento dai toni più o meno acuti a seconda della fronda colpita. Il quadro è adesso occupato dai due (amanti?) e la ripresa si sofferma sui particolari femminili che rivelano profondissima voluttà. La donna ha gli occhi chiusi completati da splendide ciglia nere le quali trattengono gocce di pioggia più simili a lacrime “ma di piacere”, la pelle traslucida assume e riflette il colore verdeggiante della natura , il primo piano inquadra gli occhi, socchiusi, eccitanti nel loro colore tra l’azzurro e il verde, le labbra si schiudono passionalmente rivelando denti di un candore brillante. Certamente Ermione (così si chiame) è molto bella. Nella sequenza successiva il movimento è motivo dominante e incalzante; i due fuggono mentre i rami catturano la loro corsa quasi a volerli fermare per meglio fondere le due creature, il Poeta ed Ermione, nella viva vita della natura mentre la pioggia benefica purifica e monda i corpi e le anime. Per motivi di spazio mi fermo ma il lettore potrà rivisitare questa aristocratica e raffinata poesia scoprendo mille sfaccettature che D’annunzio volle trasmettere nei suoi versi.
Maddalena Rispoli


















