Il dato percentuale siciliano che tutti indicano è perfettamente in linea con le più nere previsioni nazionali: nel 2013, stando ai numeri di questi primi mesi, rischiano di sparire qualcosa come il 25/30% di attività commerciali. E’ vero che ce ne sono anche molte che aprono, ma da tempo ormai la mortalità delle aziende è di gran lunga superiore alla natalità. E quelle che aprono non è che abbiano prospettive di vita lunghe come un tempo. Se durano tanto, spiegano altre impietose statistiche, stanno aperte tra i tre e i cinque anni, poi giù le saracinesche. Così è andata negli ultimi anni, figuriamoci oggi che siamo nel pieno di una crisi che men che devastante non si può definire.

Del resto i dati di Confesercenti nazionali e quelli regionali siciliani dicono chiaramente, per esempio, che se una volta le nostre grandi città, pensiamo a Palermo e Catania, avevano dei centri storici con interessanti appeal commerciali, oggi siamo vicini alla desertificazione. Dopo Cagliari e Rovigo, infatti, che guidano questa classifica nera, ecco Catania, che ha fatto registrare il 27% di attività chiuse nel suo centro storico e Palermo con il 26%.


Partendo da questi numeri come si fa ad evitare di battere ancora il percorso dell’analisi disperata e cercare qualcosa che autorizzi un minino di speranza? Facciamo questa domanda al presidente regionale di Confesercenti Sicilia, l’agrigentino Vittorio Messina, che è anche presidente della Camera di Commercio di Agrigento ed ha, dunque, un doppio osservatorio privilegiato. E Messina, armato di buona volontà, decisamente, ci prova a indicare vie d’uscita.

“Purtroppo potremmo stare qui a fare ancora una volta l’elenco dei problemi che avviliscono e stanno mettendo da tempo al tappeto il commercio, anche in Sicilia. Volendo provare, invece, a cercare qualcosa che autorizzi un filo di ottimismo, che è poi quel sentimento che nella maggior parte dei casi aiuta migliaia di commercianti a resistere ancora, a non mollare, a non chiudere i battenti, allora bisogna essere chiari, senza alcuna illusione e senza ottimismo gratuito, perché non c’è spazio per questo. Innanzitutto, allora, diciamo che se c’è qualcuno che può essere fortemente indiziato di avere grosse responsabilità in questa crisi è il mondo politico, è la classe dirigente. Mentre noi siamo alle prese con una chiusura delle linee di credito da parte delle banche, ci troviamo di fronte a fortissimi ritardi nelle procedure per bandi che potrebbero portare ossigeno a migliaia di piccole e medie imprese. Parliamo di quei bandi che sono fermi praticamente da anni, per cui i commercianti hanno fatto regolare richiesta alla Regione, per cui sono state istruite le pratiche, ma che hanno visto poi un azzeramento di tutta la situazione per motivi legati a scelte fatte dal governo regionale per la gestione e la assegnazione di questi fondi. Da quel momento ad oggi sono passati almeno due anni, ci sono alcune decine di milioni che gli imprenditori attendevano per potere immettere linfa nelle loro aziende, e invece resta tutto fermo. Sì lo so che mi ha chiesto di trovare un percorso con un po’ di ottimismo, ma per autorizzare l’ottimismo bisogna cominciare con l’eliminare questi colpevoli e paurosi ritardi”.

Colpevoli e paurosi, ce ne occupiamo almeno da un anno e mezzo, da quando altre associazioni di categoria denunciarono il fatto che i fondi che prima erano gestiti da Banca Nuova passarono, alla scadenza dell’accordo tra l’istituto di credito e la Regione, all’Irfis, e con quel passaggio migliaia di pratiche per l’accesso ai finanziamenti furono di fatto azzerate e l’iter ricominciò praticamente daccapo. Fatica, allora, il presidente di Confesercenti Sicilia, Vittorio Messina, a indicare quel percorso che dovrebbe cominciare a portare fuori dalla crisi il comparto. Però si può dire che dovrebbe essere, certamente, un percorso virtuoso. “Il fatto è che se è vero che soldi ce ne sono pochi, è anche vero che quelli che ci sono non riusciamo a spenderli. Inutile star lì a chiedere all’Unione Europea altri fondi, se non siamo riusciti ad investire quelli del periodo 2007-2013. Anche questa storia che la Sicilia resta regione Obiettivo 1, quindi con maggiori risorse che arrivano dall’Ue, diventa perfettamente inutile, con la beffa di dovere poi pure restituire i fondi a Bruxelles”.

Ma c’è qualche area ancora viva in Sicilia nel settore del commercio? C’è qualche angolo di quest’Isola che può far pensare ad una via d’uscita? Anche su questo Messina è molto preciso e categorico: “C’erano sino a qualche tempo fa alcune province che si erano salvate, ma oggi, francamente, al massimo possiamo parlare di alcuni settori, di autentiche nicchie, per esempio dell’agroindustria, che sono riuscite grazie all’eccellenza che producono, a resistere all’aggressione della crisi, a conservare un segno positivo in questo precipizio. Parlo di produzioni che stanno nella provincia di Ragusa, in quella di Trapani, prodotti della terra, il comparti vitivinicolo. Ma tutto ciò che sta intorno a queste eccezioni è terra bruciata, che rischia, se non si interverrà per tempo, di essere a sua volta coinvolta nella devastazione. Si parta dal credito agevolato e certo, si rimetta in moto l’economia: quel che il commercio chiede non è assistenzialismo, non soldi, ma un’economia che abbia di nuovo la forza di alimentare tutto il sistema e di tenerlo vivo”.