Caro direttore,
credo che la notizia delle indagini che riguardano 83 nostri rappresentanti in carica o “a riposo”, occupanti il “parlamento più antico d’Europa”, stia facendo risvegliare quanti coltivano sentimenti antiautonomistici anche, e forse soprattutto, in regioni autonomistiche come la Sicilia.
L’indagine della Procura della Repubblica di Palermo, al di là della gravità delle azioni poste in essere dai politici incriminati – ovviamente se le ipotesi della magistratura inquirente palermitana saranno confermate dalle sentenze – credo che ponga sul tavolo la necessità di aprire un dibattito serio sulla validità dell’autonomia. Se, cioè, sussistano ancora le condizioni e la qualità degli uomini che nel 1943 giustificarono l’autonomia per la nostra regione.
Quello che leggiamo sui giornali è un bollettino di guerra che annota, con inquietante puntuale cadenza quotidiana, una continua disfatta della macchina autonomistica mentre veniamo resi edotti su abnormi generosità che da sempre mamma regione ha avuto nel riconoscere, un tempo, aggi esattoriali ben superiori a quelli praticati nel resto d’Italia oppure, a distanza di qualche decennio, nell’applicare tariffe di favore in specifici settori della sanità nostrana, per non tralasciare alcove e letti che generosi imprenditori hanno messo a disposizione, ovviamente completi di “gnocca”, di politici cultori di posizioni orizzontali i quali hanno mostrato in ciò attitudine maggiore di quella mostrata in posizione seduta ai tavoli della Pubblica Amministrazione
Però, caro direttore, anche i politici legati ai propri affetti familiari hanno avuto il loro daffare impegnati come sono stati nel favorire proprie mogli e congiunti vari nell’accaparramento di consistenti contributi pubblici attraverso quella pericolosa pentola a pressione colma di “corsi di formazione”.
Insomma, lo sperpero del pubblico danaro, i facili ed ingiustificati arricchimenti del dopoguerra hanno contrassegnato il cammino allegro e spensierato di una macchina dilapidatrice di danaro che strumentalmente si è deciso di chiamare “autonomia”.
Certo, qualcuno di coloro che poggiano o hanno poggiato i propri deretani negli scanni di Sala d’Ercole, il roboante “parlamento più antico d’Europa”, non ha voluto o potuto partecipare alla spartizione del bottino e, per tale motivo, va assolto non soltanto, ne siamo certi, dalla magistratura ma anche, quel che a noi interessa, dal giudizio etico dei cittadini.
“Quel che maggiormente colpisce, però, caro direttore, è l’ampia diffusione del fenomeno che non apparterrebbe soltanto ai partiti che, nell’immaginario collettivo, erano e sono considerati “furbetti”. Esso coinvolgerebbe, come apprendiamo dalla stampa, ampie sfere politiche, per fortuna, con qualche significativa eccezione”
Ormai non mi commuovo più quando sento taluni nostri politici evocare ed invocare i principi fondamentali ed i padri costituenti dell’autonomia siciliana. Ormai io penso che l’autonomia sia stata utilizzata, e continua ad esserlo, da parte di taluni (vedasi attuali inchieste della magistratura inquirente palermitana) come uno strumento utile ad appropriazioni indebite che il codice penale chiama tecnicamente “peculato” e che io, che non capisco un cavolo di diritto, chiamo semplicemente “ruberie”.
Le notizie odierne danno contezza della pervicace attività dilapidatrice del pubblico danaro, scevra da qualsiasi freno che anche il più incallito spregiudicato si sarebbe dato alla luce del crescente impegno della magistratura nella promozione di indagini sull’utilizzo dei beni pubblici.
Come dire: “il lupo perde il pelo ma non il vizio”.
Non bastano le decine di parlamentari regionali inquisiti, in attesa di giudizio o arrestati per scoraggiare i superstiti dall’assunzione di comportamenti illeciti. Ciò, forse, deriva dalla spocchiosa tracotanza con cui la smisurata autostima induce taluni a ritenersi come intoccabili oppure, cosa altrettanto grave, si continua a ritenere che comportamenti di evidente illiceità siano, invece, procedure fisiologiche.
E’ proprio la reiterata procedura dello sperpero del pubblico danaro che maggiormente avvilisce soprattutto in un momento in cui tutti i settori dell’economia sono in ginocchio. In un momento in cui le nuove povertà crescono con velocità impressionante è difficile comprendere le modalità di utilizzo di circa 12 milioni di euro ogni anno da parte dei gruppi parlamentari della Regione.
Irrilevante è persino la doglianza di chi ritiene di essere vittima, attesa l’irrilevanza dello sperpero contestatogli. E’ la modalità della gestione del danaro pubblico che da fastidio, non soltanto l’entità.
Certo dispiace che uomini come Enrico La Loggia, Giuseppe Alessi, Girolamo Li Causi, Giovanni Guarino Amella siano stati traditi da politici denominati, qui in Sicilia e con roboante terminologia, “onorevoli” e non, come nel resto d’Italia, “consiglieri regionali”. Sono certo che se quei Padri autonomisti fossero ancora in vita, valutato l’attuale livello culturale ed etico della classe politica nostrana, forse si sarebbero inventati un nuovo strumento tecnico-amministrativo teso non soltanto a non dare autonomia a questa terra, ma addirittura a toglierle qualsiasi attività decisionale, anche minima, attribuendone il potere ad organi assai distanti dalle coste dei nostri mari.
Vedi, caro Davide, sono queste, in sintesi e con molta approssimazione per difetto, alcune delle cause che legittimano il pensiero di chi ritiene che la Sicilia possa avere un diverso e positivo avvenire soltanto se, preliminarmente, avrà la capacità di rinunziare alla propria autonomia, chiudendo quella macchina mangiasoldi che ha sede a Sala d’Ercole. Altre regioni, senza alcuna autonomia, sono ricche molto più della Sicilia a dimostrazione che le autonomie non producono vantaggi quando esse sono utilizzate così come è stata ed è utilizzata quella nostra.
Cordialità
“Controcorrente”

















