Quattordici senatori hanno lasciato il Movimento 5 Stelle a Palazzo Madama, in progresso il numero dei deputati in uscita alla Camera dei deputati. Uno smottamento. L’espulsione dei quattro eretici decisa dalla rete dopo il “rinvio a giudizio dell’assemblea interparlamentare” si sta trasformando in una secessione. Il clima è pesante, volano gli insulti nei confronti degli espulsi. C’è rabbia, delusione. Lacrime e delusione. “Finalmente fuori i parassiti”, “sono solo zavorra, vadano via”.
C’è chi inveisce contro i ribelli e che li difende a spada tratta o li segue, come nel caso dei senatori che hanno abbandonato il gruppo. L’epicentro della crisi è la Sicilia, regione in cui il Movimento 5 Stelle ebbe il primo clamoroso successo elettorale alle regionali, nel mese di ottobre del 2012, il cui esito avrebbe influenzato, da lì a poco, il voto alle politiche. In Sicilia sono stati eletti due degli espulsi, Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino. Siciliane furono le prime disubbidienze.
Campanella confessò di avere disubbidito in occasione dell’elezione a Palazzo Madama del presidente del Senato. I senatori dovevano scegliere fra Piero Grasso, candidati del Pd, e Renato Schifani, siciliano anche lui, candidato del Pdl, presidente uscente. I senatori del M5S avrebbero dovuto votare per uno di loro, Luis Orellana. Campanella votò per Grasso. Non solo, rivelò la sua disubbidienza in pubblico. Ed in quel caso venne perdonato personalmente da Grillo. Senza il voto di Campanella ed altri pentastellati, sarebbe stato rieletto Schifani.
Da allora ci sono stati altri episodi in cui Campanella ha manifestato opinioni diverse, ma non in contrasto con il Movimento. “Ho seguito la disciplina di gruppo”, rivendica il parlamentare palermitano. Che ha avuto, invece, un avversario irriducibile nel suo concittadino, il deputato Riccardo Nuti, ex presidente del gruppo parlamentare alla Camera, considerato un ortodosso, al punto di essere chiamato “il Grillo di Palermo”.
Gli espulsi si difendono da insulti ed accuse. Affermano di essere vittime di ingiuste accuse false e ingiuste. Dicono di non avere tradito il Movimento in alcuna circostanza e che, semmai, sarebbe stato Grillo a tradire la volontà pentastellata in occasione dell’incontro con il presidente del Consiglio incaricato, Matteo Renzi.
La rete si era pronunciata per la partecipazione alle consultazioni, Grillo invece non ha affatto partecipato, pur recandosi all’incontro, impedendo al suo interlocutore di parlare e tacendo sulle intenzioni e gli obiettivi del Movimento. La partecipazione alle consultazioni pretendevano un atteggiamento diverso, la illustrazione di proposte e di idee, non la sconfessione del presidente incaricato e la sua “negazione”. E’ Grillo, dunque, secondo gli espulsi, ad avere tradito la volontà della maggioranza del Movimento, liberamente espressa.
Quanto all’esito del processo sulla rete, Campanella ha ricordato che per la prima volta, durante il voto, Grillo è intervenuto con un video messaggio, esortando a votare per l’espulsione. Il Movimento sarebbe stato più forte e coeso e gli espulsi avrebbero potuto incassare 20 mila euro di stipendio mensili. Un’accusa, quest’ultima, che ha mandato in bestia, letteralmente, i quattro senatori. La maggior parte dei quattordici dissidenti ha annunciato di volere tornare al proprio lavoro e di volere rassegnare perciò le dimissioni. Ma questa volontà dovrà passare attraverso il giudizio di Palazzo Madama che finora ha respinto le dimissioni politiche dei senatori
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