È molto facile fare i conti. Il rettore dell’Università di Palermo, Roberto Lagalla, qualche giorno fa ha dato una cifra alla fuga dei cervelli dall’Isola. Sarebbero almeno cinquemila i giovani laureati, ricercatori e studenti che hanno concluso il ciclo di studi, che hanno lasciato la Sicilia. Per ognuno di loro, ha aggiunto Lagalla, la Sicilia ha speso circa 250 mila euro.

Moltiplicando i due dati, 250 mila e 50 mila, si ottiene la cifra di un miliardo e 250 milioni. È perdita secca, il conto in rosso non contabilizzato, lo spreco di risorse, che ha una peculiarità: non è imputabile alla corruzione, al crimine, alla truffa e ai raggiri. I giovani se ne vanno perché non ci sono opportunità di lavoro o perché le proposte di lavoro che la Sicilia offre non corrispondono alle attitudini, alle ambizioni, ai bisogni dei ragazzi che hanno terminato il ciclo di studi universitario.


Non c’è l’offerta. È pur vero che e la vasta gamma di opportunità internazionali susciterebbe comunque l’interesse di una percentuale di “cervelli”, istruiti a spese della Sicilia, ma non si tratterebbe di fughe sebbene di scelte, con la prospettiva, magari di un ritorno dopo avere concluso una esperienza altamente formativa all’estero. In questo caso, anzi, sarebbe la Sicilia a guadagnarci, e non il contrario.

Questo “deserto” di opportunità viene addebitato alla crisi economica, all’inefficienza delle istituzioni, ad una politica ripiegata su se stessa e carica di apparati costosi e di consuetudini clientelari. Ma la sottovalutazione dell’istruzione viene da lontano e non riguarda solo la Sicilia. Le burocrazie non hanno mai contabilizzato gli investimenti nel campo dell’istruzione. Gli americani hanno ragionato mezzo secolo fa su questo gap culturale ed hanno affrontato brillantemente il problema, sicché l’istruzione e la ricerca scientifica, sia nel pubblico che nel privato, hanno ottenuto ingenti investimenti che sono stati ripagati da lauti guadagni. L’istruzione è così diventato un sostantivo “countable”, non più “uncountable”, non conteggiabile.

Quando gli americani mettono a disposizione borse di studio per giovani che hanno idee e progetti da realizzare, utilizzano in modo intelligente e trasparente gli investimenti altrui, ne traggono grande beneficio. Ciò che viene scoperto, sperimentato, realizzato diventa business.

La Sicilia ha speso somme folli nella formazione professionale di modesta qualità, fuori dal circuito delle innovazioni. Non una risposta ai bisogni, ma un assistentato di basso livello che non è servito nemmeno ai giovani formati, essendo stato creato soprattutto per dare uno stipendio ai formatori. Ovviamente, c’è stato altro: corruzione e truffe, ma anche se la formazione fosse stata amministrata in modo corretto e la politica non ci avesse messo il naso, non sarebbe cambiato molto, essendo la proposta e l’organizzazione, del tutto “fuori mercato”, a perdere.

Le notizie che vengono dalla Regione siciliana, proposte di corsi dedicati a centri di benessere e di bellezza (estetica e massaggi), ci paiono in continuità con la stagione dei parrucchieri piuttosto che un tentativo di agganciare la locomotiva dello sviluppo.

Nel 2012, avverte il Retore Lagalla, il 37,5 per cento dei giovani in età compresa fra i 15 e i 29 anni, hanno rinunciato agli studi, non hanno scelto alcun percorso formativo e non cerca più un posto di lavoro. “Accanto ai cervelli che fuggono – osserva Lagalla – ci sono quelli che rinunciano”. E noi aggiungiamo anche la generazione del precariato, gli ex giovani “rovinati” a fin di bene: condannati all’assegno di sopravvivenza e considerati, ingiustamente, alla stregua di parassiti. Peggio di così non si poteva fare.

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